venerdì 23 ottobre 2020
05.04.2012 - VALERIO GAMBACORTA

Gaetano Scullino: le ragioni del ricorso

Ecco in "sintesi" le motivazioni tecniche e giuridiche che hanno portato l'ex Sindaco di Ventimiglia Gaetano Scullino a rivolgere istanza al Tribunale Amministrativo del Lazio contro il decreto di scioglimento "per condizionamenti mafiosi" dell'assise comunale da lui retta fino al 3 Febbraio (data del provvedimento emanato dal Consiglio dei Ministri). L'Avvocato Mazzola, "amministrativista" della città di confine (foto 2), ci guida nel ricorso da lui approntato.

L'ex Sindaco di Ventimiglia ha proposto ricorso per l’annullamento di tutti gli atti e provvedimenti, ancorché non comunicati o non conosciuti, che hanno portato allo scioglimento (ed alla precedente sospensione) del Consiglio Comunale, nonché alla nomina della Commissione straordinaria (e della precedente Commissione d'accesso).

In ricorso si é replicato a tutte le contestazioni mosse nei confronti dell'Amministrazione sciolta ed eccepito numerosi vizi degli atti impugnati, ritenuti illegittimi e lesivi.

La Corte costituzionale, con sentenza n. 103/1993, ha affermato che l’esercizio del potere di scioglimento deve essere ancorato all’effettiva «presenza di situazioni di fatto evidenti e quindi necessariamente suffragate da obiettive risultanze che rendano attendibili le ipotesi di collusione anche indirette degli organi elettivi con la criminalità organizzata».

Nel caso di specie, sebbene la proposta del Ministro dell’Interno e la relazione del Prefetto costituiscano parte integrante del decreto di scioglimento, la versione di quest’ultimo documento pubblicata in Gazzetta Ufficiale contiene numerosi omissis e tutti i nominativi sono stati sostituiti da tre asterischi (***), sicché è impossibile ricostruire i fatti, le persone coinvolte e l'iter logico-giuridico seguito dall'Amministrazione che ha disposto lo scioglimento.

Aggiungasi che, senza la disponibilità della relazione della Commissione di accesso, che dovrebbe essere allegata alla relazione prefettizia e non risulta invece pubblicata, né resa altrimenti conoscibile, non sono comprensibili neppure i richiami operati dalla relazione prefettizia allo stesso documento.

Per l’accesso a detti documenti l'ex Sindaco ha presentato formali istanze di accesso, alla Prefettura ed al Ministero dell’Interno, a tutt’oggi inevase.

L'art. 143, comma 9, del TUEL impone la pubblicazione integrale della relazione del Prefetto proprio al fine di rendere edotti gli interessati circa le ragioni dello scioglimento: «gli omissis ... impediscono di conoscere i fatti specifici che, per l’autorità amministrativa, giustificano la misura» e solo attraverso detta conoscenza è possibile «verificare sia la sussistenza degli elementi di fatto presi in considerazione, sia la loro collegabilità, sotto il profilo logico, ad una situazione contemplata dalla legge per far luogo allo scioglimento» (Consiglio di Stato, V, ordinanza 21 settembre 2005, n. 4935).

La proposta ministeriale e l’allegata relazione prefettizia appaiono viziate anche per perplessità e contraddittorietà della motivazione, laddove si tenga a mente che l’art. 143, co. 1, TUEL identifica, tra i presupposti dello scioglimento, due situazioni tra loro alternative: a) la rilevazione di (pretesi) collegamenti diretti o indiretti con la criminalità; b) la rilevazione di (pretese) forme di condizionamento degli amministratori.

I provvedimenti impugnati sono dunque illegittimi anche nella misura in cui richiamano tanto l'una quanto l'altra fattispecie, sovrapponendo e confondendo due situazioni basate su presupposti antitetici, nel vano tentativo di riportare a coerenza l’asserito quadro indiziario, invero intrinsecamente contraddittorio, al pari delle conclusioni che si pretenderebbe di trarne.

Il Consiglio di Stato declama che «provvedimenti che incidono in maniera così radicale sulla volontà espressa dal corpo elettorale locale debbono necessariamente essere assistiti da una dimostrazione dell’esistenza dei presupposti voluti dalla legge coerente sotto il profilo logico giuridico» (Consiglio di Stato, VI, 28 ottobre 2009, n. 6657; id., 1° giugno 2010, n. 3462).

Ed ancora, il potere di scioglimento costituisce la risultante di una valutazione la cui pre-condizione è costituita dall’accertata diffusione sul territorio di Ventimiglia della criminalità organizzata di stampo mafioso.

Ferma restando la dedotta inconoscibilità sia dei contenuti specifici della relazione prefettizia, sia degli atti istruttori presupposti, ivi comprese le relazioni della Direzione nazionale antimafia e della Commissione di accesso, non pare sussistere un adeguato accertamento circa l’eventuale radicamento, nel territorio di Ventimiglia, della criminalità organizzata di stampo mafioso.

Infatti, sebbene la relazione prefettizia retrodati l’avvento della criminalità organizzata mafiosa locale addirittura al «flusso migratorio degli anni 1950/1970», nel far ciò cade in contraddizione, poiché – in sostanza – affermare che la stessa criminalità è rimasta, fino al 2011 o, tutt’al più, al 2009, un fenomeno “sotterraneo”, significa affermare che le pretese organizzazioni criminali sarebbero rimaste sostanzialmente inoperative.

Negli atti impugnati, poi, non risulta indicato neppure un provvedimento di condanna (anche non definitiva) per associazione a delinquere di stampo mafioso ex art. 416-bis c.p. emesso per fatti avvenuti nel territorio del Comune di Ventimiglia (invero neppure in zone limitrofe).

Viene fatto riferimento a fenomeni di delinquenza comune, quali il possesso di stupefacenti, il possesso di armi, lo sfruttamento della prostituzione, ecc., ma la delinquenza comune non rileva ai fini dello scioglimento.

Peraltro, nelle dichiarazioni rilasciate, nel corso degli anni 2008-2010, agli organi di stampa, il Questore di Imperia ha affermato, tra l’altro, che:

- «A differenza di altre province, quella di Imperia è una zona tutto sommato tranquilla, dove non si verificano episodi criminali particolarmente gravi» (dal quotidiano “Il Secolo XIX” del 17 maggio 2008);

- «Nel ponente ligure il fenomeno più preoccupante è quello dell’immigrazione clandestina, insieme a quello dei reati contro il patrimonio: furti in appartamento, scippi e borseggi» (dal quotidiano “Il Secolo XIX” del 12 maggio 2009);

- «Le indagini portate a termine da polizia e carabinieri sugli incendi dolosi dimostrano che, per la maggior parte, le cause sono riconducibili a singole fattispecie criminose quali la concorrenza sleale, le vendette personali o gli atti di vandalismo» (dal quotidiano “Il Secolo XIX” del 15 giugno 2010).

Semmai l’Amministrazione comunale ha contrastato qualsiasi forma di illegalità, reprimendo le violazioni nei settori commerciale, edilizio-urbanistico, tributario, della viabilità, ecc., in contraddizione con gli addebiti ad essa rivolti, che, quando la mafia è davvero presente sul territorio, si “manifestano” proprio in questi ambiti.

Nondimeno l’art. 143, co. 1, TUEL si riferisce ad eventuali “collegamenti” o “condizionamenti” dei soli «amministratori di cui all’art. 77, co. 2» del TUEL, dunque sono del tutto irrilevanti gli elementi asseritamente raccolti in relazione a soggetti che amministratori non sono.

In particolare il Direttore ed i dipendenti citati nella sola relazione prefettizia (non già nelle parti motive della proposta di scioglimento, il che, invero, è dirimente) sono estranei al novero delle sole figure il cui comportamento rileva ai fini dello scioglimento.

Riguardo al Direttore ed ai dipendenti si sarebbe potuta fare semmai applicazione di un'altra fattispecie, quella di cui all'art. 143, comma 5, TUEL, qualora ne fossero sussistiti i presupposti (nella specie insussistenti).

Quanto al Sindaco la relazione prefettizia richiama un incontro, asseritamente avvenuto nell'imminenza delle elezioni, con un soggetto (indicato con tre asterischi), presunto pregiudicato, stando a fonti confidenziali.

Compatibilmente con la limitata comprensibilità dei contenuti conseguente all’utilizzo della citata tecnica censoria degli omissis e degli asterischi, è agevole obiettare che:

- si tratta di una “notizia” proveniente da un'imprecisata “fonte confidenziale”, alla cui acquisizione non ha fatto seguito alcuna doverosa verifica puntuale di attendibilità, come viene riconosciuto («privo di ulteriori riscontri»);

- dell’attendibilità della “fonte confidenziale” dubita anche il Prefetto, che, non disponendo di alcun elemento di riscontro, precisa – si noti, al condizionale – che «[a]ll’incontro avrebbero preso parte anche altri pregiudicati»;

- non è specificato ed è comunque indimostrato che si trattasse di un pregiudicato per reati di criminalità organizzata di stampo mafioso, né è chiarito il preteso ruolo di tale «pregiudicato» e/o come lo stesso potesse veicolare i voti della comunità calabrese;

- non si comprende perché tale preteso episodio dovrebbe avere rilevanza ai fini di specie e non costituire, piuttosto, un mero accidente nel contesto della campagna elettorale, tanto più che il «dato informativo» viene considerato di «scarsa rilevanza» ed impropriamente “caricato di significato” in epoca successiva, per ragioni sconosciute e sempre senza verificarne la veridicità.

Per mero scrupolo si sottolinea che anche i pretesi “collegamenti” e le asserite “frequentazioni” del Direttore generale non sono affatto tali.

Per quel che è dato comprendere, la relazione prefettizia non identifica alcun “collegamento” del Direttore Generele, limitandosi a:

 - conferire un non meglio precisato rilievo “emblematico” agli incarichi svolti in passato dal medesimo, nella sua attività libero-professionale di dottore commercialista, recte ad un incarico svolto addirittura nel 1996, di «presidente del collegio sindacale della ***», società rispetto alla quale sarebbero emerse - non si sa se in epoca anteriore, contemporanea o successiva all’incarico - «interessenze … da parte di soggetti della malavita organizzata»; circostanze di cui il professionista, divenuto Direttore molto tempo dopo, non è mai stato a conoscenza, né il contrario risulta dimostrato;

 - strumentalizzare ingiustificatamente dichiarazioni (del tutto “neutre”) di mera conoscenza dei soli nominativi di alcuni soggetti, che, si apprende genericamente, sarebbero legati alla criminalità, senza tener conto del fatto che il Comune di Ventimiglia ha soli 25.000 abitanti (ed ancor più piccolo è il Comune di Vallecrosia, che ne ha circa 7.000).

Il primo elemento è tutt’altro che “emblematico”, essendo generico ed intrinsecamente irrilevante, mentre la seconda operazione poggia su un sillogismo approssimativo, la cui premessa maggiore è errata e comunque indimostrata.

Inoltre è inquietante – sotto il profilo della tecnica investigativa – il diffuso riferimento alla vox populi, come se si trattasse di una “fonte” affidabile sulla quale basare un giudizio.

La relazione prefettizia e quella ministeriale assegnano rilevanza alla (sola) «recente ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal GIP di Genova il 24 giugno 2011», anche perché «tra gli indagati … figura anche l’ex vice sindaco del comune».

Sennonché l’ex vicesindaco non faceva parte da anni, precisamente dal 2009, dell’Amministrazione comunale sciolta ed, a quanto consta, allo stesso non sono mossi addebiti riconducibili né al territorio del Comune di Ventimiglia, né – tantomeno – all’Amministrazione comunale.

L’unico addebito che risulta essere stato contestato all’ex vicesindaco sarebbe riferito alla candidatura della figlia alle elezioni regionali del 2010, nella lista in appoggio all'attuale Presidente della Regione.

Si tratterebbe, dunque, di vicende estranee all'Amministrazione del Comune di Ventimiglia, per di più avvenute quando detto soggetto non faceva parte né della Giunta né del Consiglio comunale.

Del resto, pur citando l’ex vicesindaco, non viene considerato - neanche minimamente - ai fini della pretesa dimostrazione degli asseriti collegamenti/condizionamenti degli Amministratori comunali.

Quanto ai dipendenti (ferma l'irrilevanza della loro posizione), essi non sono ben identificabili e lo stesso Prefetto afferma trattarsi di persone incensurate.

Il dipendente che si riferisce essere attualmente «responsabile dell’area Polizia amministrativa», di cui si contestano le asserite «controverse modalità con cui … è stato assunto», è stato assunto all’inizio degli anni ’90, sicché non può certo «imputarsi al Sindaco … e alle compagini dal medesimo guidate le assunzioni operate da precedenti amministrazioni» (Consiglio di Stato, V, 23 marzo 2004, n. 1556).

Rispetto agli altri due dipendenti, appare inoltre evidente la contraddittorietà tra la relazione prefettizia e quella ministeriale, dacché:

 - la prima si riferisce a tali (non meglio identificati) due dipendenti indicandoli come soggetti «deferiti alla Procura … poiché ritenuti responsabili, in concorso tra loro, di abuso d’ufficio, per aver omesso di richiedere alla Prefettura … le informazioni antimafia sulla concessionaria e sulle società coinvolte, a vario titolo, nella realizzazione del porto»;

- la seconda afferma invece che «[p]er le suddette violazioni [le stesse appena riferite, n.d.r.] risultano  deferiti alla Procura della Repubblica di Sanremo, per abuso di ufficio, il sindaco, il segretario generale ed il dirigente del settore tecnico del comune» (non già i “due dipendenti” citati).

Dopo aver sostenuto che il Sindaco (ed il Direttore) avrebbero avuto collegamenti con la criminalità organizzata, l'Amministrazione che ha disposto lo scioglimento prova a sostenere anche l’esatto contrario, ossia che gli stessi soggetti sarebbero soggetti a forme di condizionamento.

Nello specifico nulla si dice – né nella proposta del Ministro, né nella relazione prefettizia – circa le pretese “forme di condizionamento” del Sindaco.

Si parla invece del Direttore (non solo illegittimamente, come si è detto, ma anche) con motivazione contraddittoria.

La relazione cita due lettere minatorie e l'esplosione di colpi di arma da fuoco contro l’auto del Direttore, invero non ricollegabili alla criminalità organizzata di stampo mafioso dal momento che nessuna rivendicazione è stata fatta, né altra indicazione in tal senso è emersa nel corso delle indagini.

E’ opportuno precisare che l’autore della seconda lettera minatoria è stato individuato e condannato a titolo personale.

L’oggetto specifico dei fatti in esame, dunque, è tutt’altro che univoco nel significare quel clima di pressione che il Ministero e il Prefetto pretenderebbero di rilevare, anche in considerazione della circostanza che, ripetesi, gli stessi eventi avrebbero coinvolto – per ragioni estranee a quelle meramente ipotizzate – soltanto il Direttore.

Il Direttore ha denunciato gli accadimenti suesposti, confermando così, qualora ve ne fosse bisogno, l’assenza di qualsivoglia condizionamento nei confronti di tutte le forme di illegalità e, ancor più, di criminalità.

Le relazioni pretenderebbero poi di dare rilevanza – sempre sotto il profilo di ipotetiche “forme di condizionamento” dell’Amministrazione sciolta – al contenuto di una missiva rinvenuta in occasione di una perquisizione a carico del preteso appartenente alla cosca, nonostante che:

- la lettera si riferisca, in modo tutt’altro che inequivocabile («con toni a tratti confidenziali e a tratti intimidatori»), a presunti accordi intercorsi – oltre undici anni fa – tra soggetti estranei («l’imprenditore e i calabresi») sia all’Amministrazione comunale dell’epoca, comunque diversa e senza continuità rispetto a quella sciolta, sia a quella del Sindaco;

- gli amministratori comunali in carica all’epoca dei fatti abbiano negato di aver subìto intimidazioni in relazione alla realizzazione del porto;

- l’ex-consigliere che risulterebbe (in base ad altre fonti sconosciute) essere stato vittima dell’incendio del proprio negozio abbia escluso la riconducibilità dell'evento alla sua attività politica e nulla di diverso sia stato dimostrato;

- la presunta aggressione abbia riguardato un consigliere non appartenente all’Amministrazione comunale sciolta e si sia verificata a diversi anni di distanza dai presunti accordi intercorsi, si ripete, tra soggetti estranei all’Amministrazione comunale dell’epoca e/o a quelle successive;

- in definitiva, per quel che possa ancora occorrere, alcun riferimento venga fatto ad episodi di criminalità organizzata di stampo mafioso.

A conferma dell’estraneità di tutte le vicende cui si è detto alle pretese “forme di condizionamento” si noti altresì che – come riconosciuto proprio nella sentenza con la quale il Tribunale di Sanremo ha condannato i responsabili dell’attentato nei confronti dell’imprenditore – dietro alle condotta criminosa non vi era alcun disegno e/o organizzazione di stampo mafiosi, trattandosi di atti posti in essere per questioni esclusivamente personali.

Per sgombrare il campo da ogni dubbio si aggiunge che la realizzazione del porto è avvenuta sulla base di un progetto del tutto nuovo, che ha avuto un iter amministrativo autonomo, rispetto alle attività delle precedenti amministrazioni comunali; l’approvazione di tale nuovo progetto è avvenuta con l’unanimità dei consensi, sia dei membri del Consiglio comunale che degli Enti partecipanti all’apposita Conferenza di servizi.

La legittimità del progetto definitivo è stata riconosciuta anche dal Tar Liguria, che ha rigettato le censure proposte in proposito dalla Wwf Italia Onlus avverso il provvedimento comunale di approvazione e gli altri atti preparatori, presupposti e/o connessi (Tar Liguria, sez. I, 14 gennaio 2011, n. 48).

Ai sensi del citato art. 143, inciso dalla novella del 2009, affinché si possa procedere allo scioglimento, è necessario che emergano «concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso o similare degli amministratori di cui all’articolo 77, comma 2, ovvero su forme di condizionamento degli stessi».

La giurisprudenza ha chiarito che «Con tale specificazione il legislatore ha inteso conformare il potere istruttorio e valutativo dell’autorità statale in materia di scioglimento degli organi di governo degli enti locali, attraverso una più rigida perimetrazione degli ambiti del giudizio di apprezzamento, ora astretto dall’osservanza di canoni oggettivi di rilevanza degli elementi indiziari raccolti e ritenuti valutabili ... il riferimento ad elementi “concreti” esprime la volontà del legislatore di limitare la rilevanza indiziaria ad elementi fattuali, da intendersi come vicende ed accadimenti storicamente verificatisi ed accertati, senza attribuire eccessiva rilevanza a mere congetture o ragionamento di tipo deduttivo ... La caratteristica di “univocità” fa invece riferimento ad una significatività tendenzialmente oggettiva dell’elemento indiziario, a cui deve accompagnarsi una coerenza d’insieme di tutti gli indizi raccolti, tra cui deve sussistere un rapporto di non contraddizione, armonia ed assenza di possibili interferenze interpretative ... la “rilevanza” attiene, più propriamente, al giudizio valutativo in sé ed impone al titolare del potere una particolare attenzione nel motivare la ragione dell’assunzione di un determinato elemento di fatto ad indizio di condizionamento o collegamento con la criminalità organizzata» (Tar Campania, Napoli, sez. I, 9 giugno 2010, n. 13720).

Nel caso di specie tutti gli elementi addotti a preteso supporto dell’esistenza, ora dell’una, ora dell’altra, delle due situazioni alternativamente indicate dalla norma sono per la maggior parte privi di concretezza (costituendo pure illazioni) e, in ogni caso, assolutamente non univoci, né rilevanti.

Si è infatti evidenziato che tutti gli elementi indicati nella relazione prefettizia e nella proposta ministeriale si prestano, più correttamente, ad interpretazioni radicalmente diverse e resta, in ogni caso, indimostrata la concludenza, ai fini di specie, degli episodi citati ed il necessario coinvolgimento in essi della «criminalità organizzata di tipo mafioso o similare».

Se non bastasse, agli Amministratori cessati dalla carica non è stata data comunicazione dell’avvio del procedimento, ad onta del fatto che «proprio la consistenza degli interessi in gioco, correlati al regolare svolgimento delle funzioni degli enti locali e alla fisiologica conclusione del mandato elettivo degli organi di vertice politico-amministrativo esige che le parti interessate siano adeguatamente e tempestivamente coinvolte ... Questa necessità è tanto più accentuata nelle ipotesi in cui la connotazione discrezionale del provvedimento risulti particolarmente marcata, oppure si tratti di valutare la rilevanza di caratteristici elementi istruttori, dal significato oggettivamente non univoco ... E’ anche vero che l’accertamento di infiltrazioni malavitose nella vita istituzionale dell’ente potrebbe richiedere “interventi immediati e decisi” ... Ma in relazione a tale fattispecie, può trovare applicazione, eventualmente, la speciale misura cautelare prevista dal comma 5 dello stesso articolo 143 ... proprio l’espressa previsione di una fase cautelare tipica ... induce a ritenere che il procedimento si debba svolgere, in via ordinaria, secondo modalità che consentano il pieno rispetto dei principi partecipativi» (Consiglio di Stato, sez. V, 4 ottobre 2007, n. 5146).

Nel caso di specie era già stata disposta la sospensione del Consiglio, adducendo ragioni di urgenza, dunque l’Amministrazione che ha disposto lo scioglimento disponeva del tempo necessario per comunicare l’avvio del procedimento e consentire agli interessati di apportare elementi fondamentali per il completamento dell’istruttoria (comprese le presenti deduzioni), che avrebbero potuto evitare l’adozione del decreto di scioglimento impugnato.

Ed ancora, la legge richiede «una stringente consequenzialità tra l’emersione, da un lato, di una delle due situazioni suddette, “collegamenti” o “forme di condizionamento”, e, dall’altro, … la compromissione della libertà di determinazione e del buon andamento amministrativo» (Corte costituzionale n. 103/1993), difatti «lo scioglimento di un organo elettivo, incidendo su organi scelti dall’elettorato e, dunque, sull’esercizio delle libertà democratiche costituzionalmente protette, deve fondarsi su elementi chiari e concordanti di collegamento o condizionamento mafioso (Cons. St., sez. IV, n. 2583/2007), atti a dimostrare che l’Amministrazione comunale, pur senza necessariamente commettere illeciti, comunque presenta lacune e inefficienze causalmente riconducibili al condizionamento/collegamento» (Consiglio di Stato, VI, 1° giugno 2010, n. 3462).

Risulta addirittura autoevidente che gli atti impugnati non deducono alcunché in ordine al nesso eziologico, né, tantomeno, sono idonei a far emergere alcuna “stringente consequenzialità” tra i pretesi elementi indicati e l’asserita compromissione del regolare funzionamento dell’Ente.

Quanto alla pretesa ingerenza della compagine politica sull'operato degli organi burocratici ed all'asserito affidamento illegittimo ad una cooperativa dei lavori di manutenzione del mercato, non pare considerata in modo adeguato l’evoluzione normativa successiva all’introduzione della misura, atteso che, dopo il 1990, con la legge 25 marzo 1993, n. 81 (le cui disposizioni sono riprodotte dagli art. 71 ss. TUEL), è stato introdotto un sistema di tipo maggioritario nelle elezioni comunali, in base al quale sono il Sindaco e la Giunta a rivestire un ruolo centrale nell’amministrazione (Tar Campania, sez. I, 15 novembre 2004, n. 16778).

Nessun indirizzo espresso dall’esecutivo - nello svolgimento della legittima funzione di direzione e coordinamento costantemente avallata dalla giurisprudenza - ha vincolato le scelte gestionali demandate ai dirigenti.

La discrezionalità di questi ultimi non è stata in alcun modo compressa e sul punto, si noti, non vi è alcuna prova del contrario, né alcunché può desumersi, in proposito, dal fatto che – nel caso del mercato – il dirigente competente si sia genericamente “riferito” ad un indirizzo dell’esecutivo, cioè abbia dato atto dell’esistenza dello stesso, poiché è chiaro che detto dirigente ha comunque proceduto – in assoluta autonomia – a valutare (positivamente) la sussistenza dei presupposti e l’opportunità di rivolgersi all'affidatario.

La proposta ministeriale riferisce solo questo episodio, elevato a preteso “emblema” dell’asserito sviamento, non perché sia tale, bensì in quanto l'Amministrazione che ha disposto lo scioglimento ha ritenuto di poter dedurre profili di illegittimità unicamente in relazione a detto caso, elevandolo artatamente a “marchio d’infamia” dell’intera asserita prassi delle determinazioni di Giunta e ciò, invero, è dirimente.

Ad ogni modo la relazione sottolinea che l’elaborato tecnico sarebbe stato proposto dal Sindaco («e non, come dovrebbe avvenire, dall’apparato burocratico») e che l’indirizzo di giunta sarebbe illegittimo perché impartito «in violazione delle norme che prescrivono, per i servizi con importo superiore a 20.000 euro, il ricorso ad una procedura negoziata con confronto concorrenziale tra almeno 5 operatori».

Sotto il primo profilo si osserva che: - la circostanza indicata, anche in astratto, non appare affatto incompatibile con le previsioni di legge vigenti e con l’attuale governance degli enti comunali; - all’epoca dei fatti il Sindaco deteneva la delega per i lavori pubblici, la manutenzione del patrimonio e l’arredo urbano (sicché era investito di tutte le competenze ad intervenire nel settore de quo); - il Sindaco non presentò alcun “elaborato tecnico”, ma semplicemente una fotoriproduzione della struttura esterna del mercato, fatta realizzare al computer, con diverse tonalità di colore, da un dipendente comunale, cui si accompagnavano alcune foto d’epoca di Ventimiglia.

Quanto alla pretesa mancata consultazione preventiva di almeno cinque operatori, si osserva invece che l’appalto non è di servizi, bensì di lavori (di manutenzione): ne consegue che la soglia non è quella indicata, di 20.000 euro, di cui all’art. 125, co. 11, del Codice dei contratti (ora peraltro elevata a 40.000 euro anche per i servizi), ma è quella di 40.000 euro, indicata al precedente comma 8 dello stesso articolo, che consente «l’affidamento diretto da parte del responsabile del procedimento».

Il suddetto lavoro di manutenzione è stato affidato per l’importo di 35.000 euro, oltre IVA, ben al di sotto, quindi, della soglia suindicata, né viene considerata la natura di cooperativa sociale dell’affidataria.

Se non bastasse l'amministrazione non ha dedotto alcunché in merito al nesso eziologico che dovrebbe sussistere tra l'episodio contestato e gli asseriti “collegamenti” e/o le asserite “forme di condizionamento”.

E’ perciò evidente che – in disparte, per un attimo, la mancata dimostrazione anche delle pretese interessenze della cooperativa affidataria con la criminalità organizzata (neppure, si noti, ‘di tipo mafioso’, come invece richiede da legge) – i resistenti pretenderebbero di spiegare la (asserita) incidenza dei pretesi elementi di collegamento/condizionamento mediante un mero rinvio ad un dato di fatto “neutro”, ossia l’avvenuto affidamento.

I pretesi collegamenti, peraltro, non si riferiscono agli amministratori (bensì alla cooperativa) e nulla si dice in merito all’incidenza sulla pretesa compromissione del regolare funzionamento del Comune.

Quanto al preteso contrasto con il codice dei contratti e la normativa comunitaria dei procedimenti in materia di contratti di appalto di lavori o servizi ed al preteso collegamento con la criminalità, rileviamo che le contestazioni sono apodittiche ed illogiche e provano per tabulas non già lo sviamento del Comune, bensì  lo sviamento in cui è incorsa l'Amministrazione che ha disposto lo scioglimento per fini diversi da quelli perseguiti dalla norma attributiva di tale potere: non già per garantire il ripristino delle condizioni di legalità asseritamente compromesse, ma per sanzionare pretese difformità rispetto a «quanto … previsto dalle direttive comunitarie e dal codice dei contratti», invadendo così ambiti di azione eventualmente riservati alla giurisdizione amministrativa ed a quella contabile.

La giurisprudenza è pacifica nel puntualizzare che – in assenza (come nella specie) di dimostrazione della «specifica rilevanza [delle circostanze indicate] sotto il profilo dei possibili collegamenti con la criminalità organizzata» – resta precluso l’esercizio del potere di scioglimento, poiché, «anche se fossero state effettivamente violate alcune regole delle procedure ad evidenza pubblica …, ciò nulla dimostrerebbe … circa una possibile compromissione dell’ente locale con le consorterie criminali presenti sul territorio» (Tar Campania, Napoli, sez. I, 28 gennaio 2010, n. 515; confermata in appello da Consiglio di Stato, sez. VI, 21 dicembre 2010, n. 9323).

Sennonché non sono state affatto violate le regole procedimentali e, prim'ancora, il ragionamento dei resistenti appare tautologicamente viziato, dal momento che il nesso causale che dovrebbe determinare la rilevanza delle asserite illegittimità dei procedimenti concorsuali è illogicamente desunto proprio dalle asserite irregolarità degli affidamenti.

Se non bastasse il difetto di motivazione è indiscutibile, sol che si consideri il costante orientamento secondo cui «un provvedimento di alta amministrazione quale quello per cui è causa può certamente richiamare, per relationem, e facendovi specifico riferimento, singoli atti istruttori, documenti, acquisizioni», mentre «non può richiamarsi, per relationem, all’intero compendio istruttorio raccolto ché altrimenti verrebbe nella sostanza vanificato l’obbligo motivazionale e compresso il diritto di difesa» (Consiglio di Stato n. 9323/2010 cit.).

Parimenti infondati sono i rilievi svolti in merito alla pretesa illegittimità della costituzione di una società in house e sul connesso (asserito) “scorporo del settore tecnico”, nonché sul preteso “atteggiamento di favore” che avrebbe assunto nei confronti di una cooperativa sociale, che, a sua volta, sarebbe riconducibile ad esponenti della criminalità organizzata.

La costituzione della Civitas S.r.l. non ha determinato il preteso “scorporo del settore tecnico”, in quanto l’Amministrazione comunale ha legittimamente utilizzato la facoltà di creare una società in house, nei limiti consentiti ed al solo fine di incrementare l’efficienza, l’efficacia e l’economicità della manutenzione ordinaria del patrimonio immobiliare, in attuazione concreta del principio costituzionale di buon andamento della P.A. (art. 97 Cost.).

Alla Civitas non sono state affidate la realizzazione di infrastrutture, l’erogazione dei servizi pubblici, la manutenzione straordinaria del patrimonio immobiliare o l’esecuzione dei lavori pubblici tout court: dette attività hanno continuato ad essere svolte direttamente dall’Ufficio Tecnico del Comune (come avvenuto, ad es., per il Palazzetto dello sport, la nuova biblioteca, il centro giovanile, Forte dell’Annunziata, i ponti  sul Nervia, la tangenziale nord, i sottopassi ferrioviari, il recupero degli altari di San Francesco, Belvedere del Funtanin, i parcheggi di Porta Piemonte, piazza San Michele, piazza Mons. d’Affra, gli impianti della vecchia biblioteca Aprosiana, le nuove fognature di via Toscanini, i serbatoi in alta quota, la pedonalizzazione di via Martiti e di via Aprosio, ecc.), per oltre il 90% del totale.

E’ utile confrontare, sul punto, il rendiconto fornito dall’organo ispettivo dell’Ufficio contratti del Comune, dal quale si evince che la Civitas ha ricevuto affidamenti in house da parte dell’Ufficio Tecnico – dall’inizio del mandato elettorale (giugno 2007) alla data dell’inizio dell’ispezione della Commissione d’indagine (luglio 2011) – per euro 4.795.268,00, mentre, nello stesso periodo, il «settore tecnico» (id est: l’Ufficio Tecnico) ha aggiudicato (a diverse ditte) appalti per euro 8.163.530,00.

Sicché, su un totale di affidamenti per euro 12.958.798,00, il “settore tecnico”, asseritamente “esautorato”, ha gestito direttamente il 63% degli stessi; affidando alla Civitas, solo la parte residua (37%).

Non può poi trascurarsi che, anche in relazione alla quota di affidamenti gestiti dalla Civitas, in capo all’Ufficio Tecnico restava pur sempre la responsabilità dei rispettivi procedimenti, la direzione dei lavori, la progettazione, la liquidazione ed il controllo dell’adempimento del contratto di servizio.

Quanto alle «maestranze comunali», il trasferimento delle stesse è stato limitato allo stretto necessario in relazione allo svolgimento della manutenzione ordinaria affidata alla Civitas, senza alcun pregiudizio per il mantenimento del livello qualitativo e quantitativo dell’attività istituzionale del Comune, che ne ha invece beneficiato.

E’ del tutto irrilevante la circostanza che il Direttore – nello svolgimento della sua attività libero-professionale (che, nel corso degli anni, si è concretizzata, tra l’altro, nell’assistenza di centinaia di società e cooperative, anche in fase di costituzione delle stesse) abbia predisposto, prima di assumere le cariche pubbliche in contestazione, lo statuto della cooperativa richiamata.

Pur non conoscendo, allo stato, quali siano i dati in possesso dell’Amministrazione che ha disposto lo scioglimento per spingersi ad affermare che la «menzionata società cooperativa appartiene a soggetti direttamente riconducibili alla locale famiglia mafiosa», è certo che non risponde al vero quanto ipotizzato nella relazione prefettizia, senza alcuna prova ed anzi contro l’evidenza dei fatti, circa l’asserita circostanza che all’Amministrazione comunale fosse nota «se non altro, la vicinanza di interessi [della cooperativa] con ambienti della locale criminalità organizzata» (formula peraltro poco intellegibile e, qualitativamente e quantitativamente, assai diversa dall’affermazione che la stessa cooperativa «appartiene a soggetti direttamente riconducibili alla locale famiglia mafiosa»).

Nessun Amministratore, né il Direttore, è mai stato al corrente della pretesa “vicinanza di interessi” della cooperativa con gli ambienti della criminalità e la stessa è sempre stata in possesso di certificato antimafia positivo.

Come declama la giurisprudenza «in presenza di certificazione antimafia che non evidenzia … pregiudizi direttamente rilevanti in capo agli amministratori dell’impresa ... non può la P.A. procedere alla sua esclusione o alla rescissione del contratto relativo; ciò in quanto è rimesso al rispetto del dettato normativo primario e secondario disciplinante le pubbliche gare e i conseguenti rapporti contrattuali – e non all’adozione di estemporanei criteri valutativi della moralità dei concorrenti, affidati all’iniziativa dei funzionari pubblici – l’adozione dei detti provvedimenti espulsivi o risolutori» (Consiglio di Stato, sez. V, 23 marzo 2004, n. 1556).

Ancora una volta si sottolinea che anche i pretesi “elementi” riferiti alla cooperativa (non agli amministratori) non sono “concreti”, “univoci” e “rilevanti”, né alcunché si dice circa il fondamentale nesso eziologico tra le presunte irregolarità nell’attività amministrativa e gli asseriti “collegamenti” e/o le asserite “forme di condizionamento” degli amministratori.

Fermo restando che la cooperativa in discorso aveva già eseguito appalti per l’Amministrazione comunale (dunque non c’è da stupirsi se ne ha eseguiti anche per la Civitas), non è affatto vero che, nel 2008, «il 60% dell’importo totale delle opere appaltate» sarebbe stato affidato alla medesima, né che tali valori «non [sarebbero] sostanzialmente mutati negli anni successivi».

La percentuale complessiva, nel periodo 2008-2011, degli affidamenti (sia diretti, che con gara) della Civitas nei confronti della cooperativa sociale di cui si tratta, ammonta alla ben più modesta percentuale del 16,29%.

Rapportando l’importo di tutti gli affidamenti (sia diretti, che con gara) operati in favore della cooperativa dall’intera Amministrazione comunale (non solo dalla Civitas), la percentuale scende al 5,76%.

Gli appalti assegnati in via diretta alla cooperativa nel periodo 2008-2011, costituiscono soltanto il 6,12%, degli affidamenti complessivi della Civitas e il 2,16% di quelli dell’intera Amministrazione comunale.

Ove necessario, si noti altresì che, proprio nel periodo suindicato, la cooperativa ha subìto delle radicali trasformazioni del suo management, circostanza che ha avuto un impatto positivo sulla capacità concorrenziale della stessa.

Infine, errato - e comunque generico ed irrilevante - è altresì il preteso argomento secondo cui «[a]lcuni dei suddetti affidamenti [risulterebbero] peraltro effettuati in violazione della normativa di settore, atteso che avrebbero richiesto il preventivo esperimento di procedure negoziate».

Si è già detto di uno dei macroscopici errori che ha condotto l’Amministrazione ad affermazioni di tal sorta con riguardo al mercato.

Quanto agli altri appalti, appare evidente che né la relazione ministeriale (né, per quel che possa occorrere, la relazione prefettizia), danno conto delle caratteristiche specifiche degli affidamenti in discorso, quali, su tutte, l’estrema urgenza di procedere agli stessi.

Se non bastasse la normativa speciale prevista per gli affidamenti alle cooperative sociali (in particolare l’art. 5 della legge 8 novembre 1991, n. 381), detta una previsione di favore (fatta salva dall’art. 52 del d.lgs. n. 163/2006, Codice dei contratti pubblici) che consente agli enti pubblici (compresi quelli economici e le società di capitali a partecipazione pubblica), anche in deroga alla disciplina in materia di contratti della pubblica amministrazione, di stipulare convenzioni con le cooperative sociali, finalizzate a creare opportunità di lavoro per persone svantaggiate (invalidi fisici psichici e sensoriali, ex degenti di istituti psichiatrici, soggetti in trattamento psichiatrico, tossicodipendenti, alcolisti, i minori in età lavorativa in situazioni di difficoltà familiare, condannati ammessi alle misure alternative alla detenzione, persone detenute o internate negli istituti penitenziari, condannati e internati ammessi alle misure alternative alla detenzione e al lavoro all’esterno).

In applicazione della normativa succitata, non si può affatto affermare la pretesa violazione degli artt. 113 e 125 del Codice dei contratti pubblici, per asserito superamento di una soglia – quella di 40.000 euro ex art. 125, co. 11, del Codice – comunque inapplicabile alla cooperativa, neanche in relazione al contestato affidamento in via diretta degli appalti di Via Lungo Roja e di Corso Genova (tratto di Via Chiappori – Via Nervia).

Infatti – fermo restando che, quanto al primo, è addirittura errato l’importo indicato (che è di euro 65.000 oltre IVA e non di euro 188.214,83) – per entrambi i suddetti appalti deve tenersi in considerazione che, trattandosi di cooperativa sociale di tipo B, potevano essere affidati, in via diretta, contratti pubblici “sottosoglia”, fino a 200.000 euro, quali sono quelli di cui si tratta.

Ma soprattutto – a tutto voler concedere – non v’è chi non veda che, come dà atto la stessa relazione ministeriale, le pretese illegittimità procedimentali riguarderebbero soltanto “alcuni” affidamenti (per l’esattezza i due summenzionati, per quel che è dato comprendere), in relazione ai quali resta del tutto indimostrato il nesso eziologico con gli asseriti “collegamenti” e/o le asserite “forme di condizionamento” degli amministratori comunali.

Insegna in proposito il Consiglio di Stato che «anche se fossero state effettivamente violate alcune regole delle procedure ad evidenza pubblica …, ciò nulla dimostrerebbe … circa una possibile compromissione dell’ente locale con le consorterie criminali presenti sul territorio» (Tar Campania, Napoli, n. 515/2010, confermata da Consiglio di Stato n. 9323/2010 cit.).

Si contesta poi l’irrilevanza dell’argomento basato sulla coincidenza tra la carica di Direttore generale e di Presidente del Consiglio di Amministrazione della Civitas, atteso che tale evenienza non è affatto incompatibile con la normativa vigente, né alcunché è stato specificamente dedotto sul punto dall'Amministrazione che ha disposto lo scioglimento.

In secondo luogo, è semplicemente erronea la pretesa concentrazione, in capo al Presidente del CdA, di «tutti i poteri decisionali», dal momento che tale figura aveva soltanto, in ossequio allo statuto e alle norme di legge vigenti, la rappresentanza legale della società e le decisioni adottate dal CdA venivano deliberate collegialmente dallo stesso organo, non già dal Presidente (né dal Sindaco, che, rispetto alla società in house, ha sempre agito nel pieno rispetto della legge, segnatamente dell’art. 50, co. 8, TUEL).

Inoltre, è stata sempre fatta salva la potestà decisionale del Comune, al cui vaglio preventivo venivano comunque rimesse tutte le scelte più importanti.

Infine, per quanto riguarda il rispetto del requisito del “controllo analogo”, si osserva che la società si era dotata, come previsto in statuto, di un’apposita Commissione di 5 membri, espressione di entrambi gli schieramenti, con il compito di «verificare periodicamente l’attività svolta dall’organo amministrativo in termini di opportunità, efficienza ed efficacia delle scelte poste in essere, in relazione agli indirizzi formulati dal Comune».

La predetta Commissione non ha in alcun modo omesso di esercitare il proprio «potere-dovere di controllo»: la stessa ha sempre garantito le necessarie verifiche periodiche degli indirizzi impartiti dai competenti organi comunali, con piena salvezza, allo stesso tempo, dei diritti e dei poteri di cui riservati in capo a tutti i Consiglieri comunali dall’art. 43 TUEL.

Nello specifico, poi, i componenti della Commissione hanno sempre svolto il proprio ruolo, chiedendo anche giornalmente informazioni o spiegazioni dell’attività eseguita, partecipando, senza diritto di voto, alle riunioni degli organi sociali in quanto espressamente convocati, redigendo la relazione annuale alla Giunta e, successivamente, al Consiglio.

Si precisa infine che, almeno con cadenza annuale, in Consiglio si discuteva dell’attività della Civitas in modo approfondito; i consiglieri di minoranza spesso presentavano interpellanze, cui seguivano le dovute risposte e la discussione.

Tutta l’attività della Civitas era inoltre sottoposta ad un continuo controllo da parte del Collegio sindacale.

Evidentemente la Commissione non ha riscontrato alcuna irregolarità nell’attività esaminata, sicché è del tutto generica ed indimostrata qualsiasi (illogica) deduzione in merito al preteso «atteggiamento funzionale dell’apparato politico e burocratico» del Comune (affermazione, quest’ultima, che è e resta perciò assolutamente sprovvista di fondamento).

Ma soprattutto – ancora una volta – si deve eccepire l’assenza (oltre che di concretezza) senz’altro di univocità e rilevanza dei pretesi elementi sintomatici, omettendosi altresì di operare i necessari riferimenti al fondamentale nesso eziologico delle ipotetiche irregolarità con gli asseriti “collegamenti” e/o le asserite “forme di condizionamento” degli amministratori.

Deve altresì eccepirsi l’infondatezza delle affermazioni svolte nella relazione ministeriale con riguardo alla costruzione del porto turistico.

Anche in relazione ai procedimenti in esame la relazione ministeriale non si riferisce mai a pretese “infiltrazioni” della criminalità organizzata di stampo mafioso (la sola che rileva ai fini di specie), limitandosi ad affermare che «la mancanza di un’attività di vigilanza e controllo da parte dell’amministrazione comunale, in particolare nella fase di esecuzione delle opere pubbliche, [avrebbe] di fatto consentito ad aziende riconducibili ad ambienti controindicati di svolgere lavori per conto del comune»; ovvero che la pretesa elusione delle disposizioni in materia di informativa antimafia avrebbe permesso di svolgere attività in subappalto «ad aziende, il cui assetto sociale è riconducibile alla criminalità organizzata».

Ciò, del resto, trova conferma, per quel che possa occorrere, anche nella relazione prefettizia, in cui non si riferisce alcun collegamento alla criminalità organizzata di stampo mafioso, ma ci si limita a riferire che l’asserita «elusione dell’attività di prevenzione antimafia (…) ha accentuato il rischio della presenze di imprese controllate o riferibili alla criminalità organizzata di stampo mafioso o similare in un settore che ha interessato investimenti  per decine di milioni di euro, in opere pubbliche».

Sicché si assiste ad una illegittima “anticipazione della soglia di tutela”, in contrasto con il carattere “straordinario” (ed eccezionale) del potere di scioglimento del Consiglio comunale, la cui legittimità – per converso – dipende, tra l’altro, proprio dall’attualità e non dalla mera potenzialità di infiltrazione di soggetti direttamente appartenenti alla criminalità organizzata di stampo mafioso: solo di fronte ad una concreta ed attuale “emergenza straordinaria” da fronteggiarsi necessariamente con lo scioglimento, può disporsi la misura di massimo rigore (Corte costituzionale n. 103/1993, cit.).

L’eccezione, a ben vedere, è dirimente ed evidenzia anche la ripetuta violazione del chiaro disposto dell’art. 143, co. 1, TUEL, dal momento che – fermo quanto sopra esposto – non solo, l’Amministrazione resistente non dice nulla in merito alla possibilità di infiltrazione della criminalità organizzata di stampo mafioso nell’esecuzione dei lavori de quibus (con conseguente automatica irrilevanza di ogni affermazione in proposito), ma neppure deduce alcunché di specifico in relazione al fondamentale nesso eziologico delle eventuali irregolarità dedotte con gli asseriti “collegamenti” e/o le asserite “forme di condizionamento” degli amministratori.

Non è infatti sufficiente in proposito il mero “deferimento” alla Procura della Repubblica di Sanremo del Sindaco, del Segretario generale e del Dirigente del settore tecnico del Comune per l’asserita «elusione delle specifiche disposizioni in materia di informazioni antimafia», che è da ritenersi conseguente alla sola posizione degli stessi soggetti (le cui eventuali responsabilità saranno valutate soltanto in sede penale), ma che nulla significa in relazione alla sussistenza dei suddetti elementi contemplati dall’art. 143 TUEL.

Per non parlare del rilievo assolutamente sproporzionato assegnato ai “deferimenti” (deve ritenersi delle denunce), i cui estremi di attendibilità e di rilevanza penale non hanno passato neppure il vaglio – non si dice di un giudice, ma neppure – del P.M.

Nello specifico, deve comunque precisarsi che l’Amministrazione comunale non ha affidato lavori di realizzazione del porto, ma si è limitata a dare in concessione - su delega di altro ente - beni marittimi demaniali, sicché è evidente che la realizzazione del porto non rappresenta l’esecuzione di opere qualificabili come “pubbliche” ai sensi del Codice dei contratti pubblici, né l’Amministrazione comunale era tenuta ad effettuare una specifica supervisione con riferimento alle certificazioni antimafia delle imprese che concludevano accordi con la società concessionaria.

Trattasi, a ben vedere, di aziende che non hanno mai operato “per conto del Comune”, né, come si è detto, erano a questi fini sottoposte all’attività di controllo dello stesso Ente.

E, quanto alla concessionaria di detti beni demaniali, fermo restando il fatto che, eventualmente, la responsabilità per il ritardo nella richiesta dell’informativa antimafia sarebbe da ascriversi al solo responsabile del procedimento e non certo agli Amministratori comunali, può affermarsi senz’altro la costante e pacifica (anche per l’Amministrazione che ha disposto lo scioglimento) sussistenza, in capo alla stessa ditta, di tutti le condizioni necessarie al rilascio di informative antimafia positive.

Allo stesso modo è parziale ed errata la ricostruzione operata in merito alle procedure concernenti l’affidamento del servizio di igiene urbana.

In primo luogo, le proroghe tecniche dell’affidamento del servizio di igiene urbana (oltre a non essere, di per sé, illegittime, atteso che, com’è noto, vige soltanto un divieto di proroga tacita dei contratti pubblici, ex art. 57, co. 7, d.lgs. n. 163/2006 e s.m.i.) non sono imputabili all’Amministrazione comunale sciolta, anche in considerazione del periodo cui si riferiscono, che è abbondantemente antecedente all’insediamento della stessa.

Già all’insediamento dell'Amministrazione comunale sciolta, infatti, vigeva una proroga contrattuale fino al 31 dicembre 2008.

Inoltre, è proprio l’Amministrazione comunale sciolta che ha insistito affinché si celebrasse una gara per il medesimo appalto.

La responsabilità delle cennate proroghe, se del caso, è da riferirsi esclusivamente ad altre amministrazioni, in particolare all’Autorità d’Ambito Ottimale per la gestione dei rifiuti urbani ed alla Provincia di Imperia.

Basti dire che – con nota della Provincia di Imperia del 17 settembre 2008  – l'Amministrazione provinciale determinava l’arresto delle attività già intraprese dal Comune per la sollecita celebrazione della gara, comunicando che «non è possibile autorizzare Codesta Amministrazione a procedere all’appalto del singolo servizio».

Il Sindaco inoltrava addirittura una diffida e chiedeva alla Provincia, da un lato, la revoca della citata nota e, dall’altro, la contestuale emanazione di provvedimento autorizzativo all’esperimento della gara, a conferma del costante impegno profuso dall’Amministrazione comunale per l’immediato superamento del regime di proroga e la sollecita celebrazione di una gara per l’affidamento del servizio.

E’ stata proprio l’Amministrazione comunale ad interpellare la Regione e, infine, sulla base delle indicazioni fornite da quest’ultima con apposito parere, a riuscire ad ottenere l’assenso anche dell’Autorità d’Ambito Ottimale e della Provincia, sicché, alla fine, la gara per l’affidamento del servizio si è celebrata proprio grazie all’intervento dell’Amministrazione comunale sciolta, che, nel rispetto delle competenze delle altre Amministrazioni coinvolte (dal cui assenso non poteva invero prescindere), ha posto in essere, con successo, un’azione a tutto campo per modificarne le rispettive posizioni.

Contrariamente a quanto afferma la relazione ministeriale, dopo le prime due gare andate deserte, le condizioni iniziali del contratto – nel rispetto dell’art. 57, co. 2, lett. a) del Codice dei contratti pubblici – non sono state «modificate in modo sostanziale».

Prova ne sia, quanto espressamente affermato, in esito ad apposita verifica amministrativo-contabile eseguita dal 13 settembre al 18 ottobre 2010, dal Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato, che ha espressamente sancito che: «Non sono emerse irregolarità».

All’Amministrazione comunale non sono mai stati resi noti i pretesi «rapporti e cointeressenze [dell’amministratore della società aggiudicataria] con esponenti della locale criminalità organizzata», anche perché questi rapporti, evidentemente, quand’anche (in ipotesi) esistenti, non hanno mai impedito alla ditta aggiudicataria di presentare informative antimafia positive.

Ad ogni modo, per l’ennesima volta, si sottolinea che in alcun modo viene indicato quale sarebbe il nesso eziologico tra le eventuali irregolarità riscontrate e gli asseriti “collegamenti” e/o le asserite “forme di condizionamento” degli amministratori comunali.

Se non bastasse, recentemente, dopo lo scioglimento del Consiglio comunale, il Comune di Ventimiglia ha affidato, in via diretta, il servizio di pulizia straordinaria delle spiagge … proprio alla Docks Lanterna S.p.A.!

Evidentemente, a tutt’oggi, anche a giudizio della nuova gestione commissariale, la ditta di sui sopra è da ritenersi meritevole, sotto tutti gli aspetti, di ottenere l’affidamento di appalti comunali, nonostante le surriferite posizioni assunte dall’Amministrazione resistente.

Per quel che riguarda la pretesa autorizzazione, assertivamente concessa direttamente dal Direttore generale, nel 2009, per il subappalto di alcune prestazioni dello stesso contratto alla medesima società cooperativa di cui si è detto in precedenza, si eccepisce innanzitutto che l’autorizzazione non potrebbe mai dirsi proveniente dal Direttore generale in tale qualità, ma semmai nella qualità di Dirigente dell’Ufficio espropri, procedure concertative e subappalti, con il che si sgombra il campo da quella prospettazione di illegittimità che è larvatamente sottesa all’inesatta indicazione di cui sopra.

Si deve altresì ricordare che, in ogni caso, il Dirigente di detto Ufficio ha operato non già d’imperio, ma sulla base dei risultati dell’istruttoria condotta dai funzionari competenti e delle proposte del Responsabile Unico del Procedimento di cui all’art. 10 del Codice dei contratti pubblici.

Ed in proposito, si noti, l’Amministrazione resistente non deduce alcunché, neppure circa un’eventuale illegittimità dell’autorizzazione al subappalto (da presumersi perciò legittima) e l’intera vicenda resta genericamente e suggestivamente indicata nei termini suesposti.

Quanto alla circostanza che sarebbe stata avvantaggiata una cooperativa, ferma restando la costante assenza di indicazioni circa il nesso eziologico, si eccepisce altresì la mancata dimostrazione del coinvolgimento di tale cooperativa, che ha sempre prodotto certificazioni antimafia positive, con gli ambienti della criminalità organizzata, tanto meno di stampo mafioso; se non bastasse non viene data alcuna prova neppure circa l’eventuale conoscenza, da parte del’Amministrazione comunale, di ipotetiche cointeressenze.

In merito alla procedura di aggiudicazione del servizio di gestione dei distributori automatici di bevande, viene ancora una volta fornita una ricostruzione parziale.

Giova premettere che l’importo dell’appalto in discorso era di poche migliaia di euro annui, esattamente di euro 2.565,00, per un totale, in tre anni, di euro 7.695,00, pertanto non si rendeva obbligatorio alcun adempimento in tema di verifiche antimafia, né – tantomeno – sussisteva l’obbligo di previo rilascio di informativa prefettizia, dal momento che, com’è noto, non è necessaria la documentazione antimafia «per i provvedimenti gli atti, i contratti e le erogazioni il cui valore complessivo non supera i 300 milioni di lire [ora 150.000 euro]» (art. 1, co. 2, lett. e D.P.R. 3 giugno 1998, n. 252, confluito nell’art. 83, co. 3, lett. e d.lgs. 6 settembre 2011, n. 159).

Successivamente alla stipula del contratto interveniva il citato provvedimento interdittivo, emesso dalla Prefettura a seguito di altra gara svoltasi presso l’ASL imperiese, pertanto il Comune avviava l’iter per la risoluzione dell’affidamento, cui faceva seguito l’opposizione della ditta aggiudicataria, che annunciava la prossima definizione del giudizio instaurato dinanzi al Tar Liguria e relativo all’impugnazione della revoca già disposta dall’ASL competente, in virtù del citato provvedimento interdittivo.

Il Tar Liguria emanava una pronuncia favorevole alla ditta aggiudicataria, dichiarando l’illegittimità della revoca disposta dall’ASL sulla base della predetta informativa antimafia, pronuncia che ovviamente il Comune di Ventimiglia ha dovuto tenere in debita considerazione.

Il Comune, diffidato dall'aggiudicataria dal risolvere il contratto (pena il risarcimento dei danni), si rivolgeva nuovamente alla Prefettura, in data 3 gennaio 2012, chiedendo, se del caso, l’adozione di una nuova dichiarazione di incapacità a contrarre per la ditta in questione.

Sennonché, alla data dello scioglimento dell’Amministrazione comunale, nessuna risposta era ancora giunta dalla Prefettura, dunque non si comprende quale eventuale comportamento negligente possa essere imputato all’Amministrazione comunale.

Fermo quanto sopra, a ben vedere, le asserite cointeressenze della ditta aggiudicataria di cui si tratta non sarebbero neppure legate alla criminalità organizzata di stampo mafioso (la criminalità tout court, come si è detto più volte, non  rileva ai fini dello scioglimento) ed, in ogni caso, nulla viene dedotto circa l’ipotetico nesso eziologico tra gli eventi in discorso e gli asseriti “collegamenti” e/o le asserite “forme di condizionamento” degli amministratori comunali.

Si contesta infine l'assenza della pretesa "sostanziale continuità" tra le amministrazioni succedutesi negli ultimi due mandati.

L’Amministrazione che ha proceduto allo scioglimento, per sostenere detta conclusione, introduce un elemento assolutamente distorsivo, là dove si riferisce alla circostanza «che ben 18 dei 26 attuali amministratori del comune sono al loro secondo mandato».

Ciò è evidentemente ininfluente, poiché quello che conta è semmai il numero degli Amministratori eletti nella consiliatura immediatamente precedente, ossia 11, conseguentemente – data la dominanza numerica degli Amministratori non eletti nella precedente consiliatura (15 su 26) – non può affatto affermarsi la «sostanziale continuità tra le amministrazioni succedutesi negli ultimi due mandati».L'ex Sindaco di Ventimiglia ha proposto ricorso per l’annullamento di tutti gli atti e provvedimenti, ancorché non comunicati o non conosciuti, che hanno portato allo scioglimento (ed alla precedente sospensione) del Consiglio Comunale, nonché alla nomina della Commissione straordinaria (e della precedente Commissione d'accesso).

In ricorso si é replicato a tutte le contestazioni mosse nei confronti dell'Amministrazione sciolta ed eccepito numerosi vizi degli atti impugnati, ritenuti illegittimi e lesivi.

La Corte costituzionale, con sentenza n. 103/1993, ha affermato che l’esercizio del potere di scioglimento deve essere ancorato all’effettiva «presenza di situazioni di fatto evidenti e quindi necessariamente suffragate da obiettive risultanze che rendano attendibili le ipotesi di collusione anche indirette degli organi elettivi con la criminalità organizzata».

Nel caso di specie, sebbene la proposta del Ministro dell’Interno e la relazione del Prefetto costituiscano parte integrante del decreto di scioglimento, la versione di quest’ultimo documento pubblicata in Gazzetta Ufficiale contiene numerosi omissis e tutti i nominativi sono stati sostituiti da tre asterischi (***), sicché è impossibile ricostruire i fatti, le persone coinvolte e l'iter logico-giuridico seguito dall'Amministrazione che ha disposto lo scioglimento.

Aggiungasi che, senza la disponibilità della relazione della Commissione di accesso, che dovrebbe essere allegata alla relazione prefettizia e non risulta invece pubblicata, né resa altrimenti conoscibile, non sono comprensibili neppure i richiami operati dalla relazione prefettizia allo stesso documento.

Per l’accesso a detti documenti l'ex Sindaco ha presentato formali istanze di accesso, alla Prefettura ed al Ministero dell’Interno, a tutt’oggi inevase.

L'art. 143, comma 9, del TUEL impone la pubblicazione integrale della relazione del Prefetto proprio al fine di rendere edotti gli interessati circa le ragioni dello scioglimento: «gli omissis ... impediscono di conoscere i fatti specifici che, per l’autorità amministrativa, giustificano la misura» e solo attraverso detta conoscenza è possibile «verificare sia la sussistenza degli elementi di fatto presi in considerazione, sia la loro collegabilità, sotto il profilo logico, ad una situazione contemplata dalla legge per far luogo allo scioglimento» (Consiglio di Stato, V, ordinanza 21 settembre 2005, n. 4935).

La proposta ministeriale e l’allegata relazione prefettizia appaiono viziate anche per perplessità e contraddittorietà della motivazione, laddove si tenga a mente che l’art. 143, co. 1, TUEL identifica, tra i presupposti dello scioglimento, due situazioni tra loro alternative: a) la rilevazione di (pretesi) collegamenti diretti o indiretti con la criminalità; b) la rilevazione di (pretese) forme di condizionamento degli amministratori.

I provvedimenti impugnati sono dunque illegittimi anche nella misura in cui richiamano tanto l'una quanto l'altra fattispecie, sovrapponendo e confondendo due situazioni basate su presupposti antitetici, nel vano tentativo di riportare a coerenza l’asserito quadro indiziario, invero intrinsecamente contraddittorio, al pari delle conclusioni che si pretenderebbe di trarne.

Il Consiglio di Stato declama che «provvedimenti che incidono in maniera così radicale sulla volontà espressa dal corpo elettorale locale debbono necessariamente essere assistiti da una dimostrazione dell’esistenza dei presupposti voluti dalla legge coerente sotto il profilo logico giuridico» (Consiglio di Stato, VI, 28 ottobre 2009, n. 6657; id., 1° giugno 2010, n. 3462).

Ed ancora, il potere di scioglimento costituisce la risultante di una valutazione la cui pre-condizione è costituita dall’accertata diffusione sul territorio di Ventimiglia della criminalità organizzata di stampo mafioso.

Ferma restando la dedotta inconoscibilità sia dei contenuti specifici della relazione prefettizia, sia degli atti istruttori presupposti, ivi comprese le relazioni della Direzione nazionale antimafia e della Commissione di accesso, non pare sussistere un adeguato accertamento circa l’eventuale radicamento, nel territorio di Ventimiglia, della criminalità organizzata di stampo mafioso.

Infatti, sebbene la relazione prefettizia retrodati l’avvento della criminalità organizzata mafiosa locale addirittura al «flusso migratorio degli anni 1950/1970», nel far ciò cade in contraddizione, poiché – in sostanza – affermare che la stessa criminalità è rimasta, fino al 2011 o, tutt’al più, al 2009, un fenomeno “sotterraneo”, significa affermare che le pretese organizzazioni criminali sarebbero rimaste sostanzialmente inoperative.

Negli atti impugnati, poi, non risulta indicato neppure un provvedimento di condanna (anche non definitiva) per associazione a delinquere di stampo mafioso ex art. 416-bis c.p. emesso per fatti avvenuti nel territorio del Comune di Ventimiglia (invero neppure in zone limitrofe).

Viene fatto riferimento a fenomeni di delinquenza comune, quali il possesso di stupefacenti, il possesso di armi, lo sfruttamento della prostituzione, ecc., ma la delinquenza comune non rileva ai fini dello scioglimento.

Peraltro, nelle dichiarazioni rilasciate, nel corso degli anni 2008-2010, agli organi di stampa, il Questore di Imperia ha affermato, tra l’altro, che:

- «A differenza di altre province, quella di Imperia è una zona tutto sommato tranquilla, dove non si verificano episodi criminali particolarmente gravi» (dal quotidiano “Il Secolo XIX” del 17 maggio 2008);

- «Nel ponente ligure il fenomeno più preoccupante è quello dell’immigrazione clandestina, insieme a quello dei reati contro il patrimonio: furti in appartamento, scippi e borseggi» (dal quotidiano “Il Secolo XIX” del 12 maggio 2009);

- «Le indagini portate a termine da polizia e carabinieri sugli incendi dolosi dimostrano che, per la maggior parte, le cause sono riconducibili a singole fattispecie criminose quali la concorrenza sleale, le vendette personali o gli atti di vandalismo» (dal quotidiano “Il Secolo XIX” del 15 giugno 2010).

Semmai l’Amministrazione comunale ha contrastato qualsiasi forma di illegalità, reprimendo le violazioni nei settori commerciale, edilizio-urbanistico, tributario, della viabilità, ecc., in contraddizione con gli addebiti ad essa rivolti, che, quando la mafia è davvero presente sul territorio, si “manifestano” proprio in questi ambiti.

Nondimeno l’art. 143, co. 1, TUEL si riferisce ad eventuali “collegamenti” o “condizionamenti” dei soli «amministratori di cui all’art. 77, co. 2» del TUEL, dunque sono del tutto irrilevanti gli elementi asseritamente raccolti in relazione a soggetti che amministratori non sono.

In particolare il Direttore ed i dipendenti citati nella sola relazione prefettizia (non già nelle parti motive della proposta di scioglimento, il che, invero, è dirimente) sono estranei al novero delle sole figure il cui comportamento rileva ai fini dello scioglimento.

Riguardo al Direttore ed ai dipendenti si sarebbe potuta fare semmai applicazione di un'altra fattispecie, quella di cui all'art. 143, comma 5, TUEL, qualora ne fossero sussistiti i presupposti (nella specie insussistenti).

Quanto al Sindaco la relazione prefettizia richiama un incontro, asseritamente avvenuto nell'imminenza delle elezioni, con un soggetto (indicato con tre asterischi), presunto pregiudicato, stando a fonti confidenziali.

Compatibilmente con la limitata comprensibilità dei contenuti conseguente all’utilizzo della citata tecnica censoria degli omissis e degli asterischi, è agevole obiettare che:

- si tratta di una “notizia” proveniente da un'imprecisata “fonte confidenziale”, alla cui acquisizione non ha fatto seguito alcuna doverosa verifica puntuale di attendibilità, come viene riconosciuto («privo di ulteriori riscontri»);

- dell’attendibilità della “fonte confidenziale” dubita anche il Prefetto, che, non disponendo di alcun elemento di riscontro, precisa – si noti, al condizionale – che «[a]ll’incontro avrebbero preso parte anche altri pregiudicati»;

- non è specificato ed è comunque indimostrato che si trattasse di un pregiudicato per reati di criminalità organizzata di stampo mafioso, né è chiarito il preteso ruolo di tale «pregiudicato» e/o come lo stesso potesse veicolare i voti della comunità calabrese;

- non si comprende perché tale preteso episodio dovrebbe avere rilevanza ai fini di specie e non costituire, piuttosto, un mero accidente nel contesto della campagna elettorale, tanto più che il «dato informativo» viene considerato di «scarsa rilevanza» ed impropriamente “caricato di significato” in epoca successiva, per ragioni sconosciute e sempre senza verificarne la veridicità.

Per mero scrupolo si sottolinea che anche i pretesi “collegamenti” e le asserite “frequentazioni” del Direttore generale non sono affatto tali.

Per quel che è dato comprendere, la relazione prefettizia non identifica alcun “collegamento” del Direttore Generele, limitandosi a:

 - conferire un non meglio precisato rilievo “emblematico” agli incarichi svolti in passato dal medesimo, nella sua attività libero-professionale di dottore commercialista, recte ad un incarico svolto addirittura nel 1996, di «presidente del collegio sindacale della ***», società rispetto alla quale sarebbero emerse - non si sa se in epoca anteriore, contemporanea o successiva all’incarico - «interessenze … da parte di soggetti della malavita organizzata»; circostanze di cui il professionista, divenuto Direttore molto tempo dopo, non è mai stato a conoscenza, né il contrario risulta dimostrato;

 - strumentalizzare ingiustificatamente dichiarazioni (del tutto “neutre”) di mera conoscenza dei soli nominativi di alcuni soggetti, che, si apprende genericamente, sarebbero legati alla criminalità, senza tener conto del fatto che il Comune di Ventimiglia ha soli 25.000 abitanti (ed ancor più piccolo è il Comune di Vallecrosia, che ne ha circa 7.000).

Il primo elemento è tutt’altro che “emblematico”, essendo generico ed intrinsecamente irrilevante, mentre la seconda operazione poggia su un sillogismo approssimativo, la cui premessa maggiore è errata e comunque indimostrata.

Inoltre è inquietante – sotto il profilo della tecnica investigativa – il diffuso riferimento alla vox populi, come se si trattasse di una “fonte” affidabile sulla quale basare un giudizio.

La relazione prefettizia e quella ministeriale assegnano rilevanza alla (sola) «recente ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal GIP di Genova il 24 giugno 2011», anche perché «tra gli indagati … figura anche l’ex vice sindaco del comune».

Sennonché l’ex vicesindaco non faceva parte da anni, precisamente dal 2009, dell’Amministrazione comunale sciolta ed, a quanto consta, allo stesso non sono mossi addebiti riconducibili né al territorio del Comune di Ventimiglia, né – tantomeno – all’Amministrazione comunale.

L’unico addebito che risulta essere stato contestato all’ex vicesindaco sarebbe riferito alla candidatura della figlia alle elezioni regionali del 2010, nella lista in appoggio all'attuale Presidente della Regione.

Si tratterebbe, dunque, di vicende estranee all'Amministrazione del Comune di Ventimiglia, per di più avvenute quando detto soggetto non faceva parte né della Giunta né del Consiglio comunale.

Del resto, pur citando l’ex vicesindaco, non viene considerato - neanche minimamente - ai fini della pretesa dimostrazione degli asseriti collegamenti/condizionamenti degli Amministratori comunali.

Quanto ai dipendenti (ferma l'irrilevanza della loro posizione), essi non sono ben identificabili e lo stesso Prefetto afferma trattarsi di persone incensurate.

Il dipendente che si riferisce essere attualmente «responsabile dell’area Polizia amministrativa», di cui si contestano le asserite «controverse modalità con cui … è stato assunto», è stato assunto all’inizio degli anni ’90, sicché non può certo «imputarsi al Sindaco … e alle compagini dal medesimo guidate le assunzioni operate da precedenti amministrazioni» (Consiglio di Stato, V, 23 marzo 2004, n. 1556).

Rispetto agli altri due dipendenti, appare inoltre evidente la contraddittorietà tra la relazione prefettizia e quella ministeriale, dacché:

 - la prima si riferisce a tali (non meglio identificati) due dipendenti indicandoli come soggetti «deferiti alla Procura … poiché ritenuti responsabili, in concorso tra loro, di abuso d’ufficio, per aver omesso di richiedere alla Prefettura … le informazioni antimafia sulla concessionaria e sulle società coinvolte, a vario titolo, nella realizzazione del porto»;

- la seconda afferma invece che «[p]er le suddette violazioni [le stesse appena riferite, n.d.r.] risultano  deferiti alla Procura della Repubblica di Sanremo, per abuso di ufficio, il sindaco, il segretario generale ed il dirigente del settore tecnico del comune» (non già i “due dipendenti” citati).

Dopo aver sostenuto che il Sindaco (ed il Direttore) avrebbero avuto collegamenti con la criminalità organizzata, l'Amministrazione che ha disposto lo scioglimento prova a sostenere anche l’esatto contrario, ossia che gli stessi soggetti sarebbero soggetti a forme di condizionamento.

Nello specifico nulla si dice – né nella proposta del Ministro, né nella relazione prefettizia – circa le pretese “forme di condizionamento” del Sindaco.

Si parla invece del Direttore (non solo illegittimamente, come si è detto, ma anche) con motivazione contraddittoria.

La relazione cita due lettere minatorie e l'esplosione di colpi di arma da fuoco contro l’auto del Direttore, invero non ricollegabili alla criminalità organizzata di stampo mafioso dal momento che nessuna rivendicazione è stata fatta, né altra indicazione in tal senso è emersa nel corso delle indagini.

E’ opportuno precisare che l’autore della seconda lettera minatoria è stato individuato e condannato a titolo personale.

L’oggetto specifico dei fatti in esame, dunque, è tutt’altro che univoco nel significare quel clima di pressione che il Ministero e il Prefetto pretenderebbero di rilevare, anche in considerazione della circostanza che, ripetesi, gli stessi eventi avrebbero coinvolto – per ragioni estranee a quelle meramente ipotizzate – soltanto il Direttore.

Il Direttore ha denunciato gli accadimenti suesposti, confermando così, qualora ve ne fosse bisogno, l’assenza di qualsivoglia condizionamento nei confronti di tutte le forme di illegalità e, ancor più, di criminalità.

Le relazioni pretenderebbero poi di dare rilevanza – sempre sotto il profilo di ipotetiche “forme di condizionamento” dell’Amministrazione sciolta – al contenuto di una missiva rinvenuta in occasione di una perquisizione a carico del preteso appartenente alla cosca, nonostante che:

- la lettera si riferisca, in modo tutt’altro che inequivocabile («con toni a tratti confidenziali e a tratti intimidatori»), a presunti accordi intercorsi – oltre undici anni fa – tra soggetti estranei («l’imprenditore e i calabresi») sia all’Amministrazione comunale dell’epoca, comunque diversa e senza continuità rispetto a quella sciolta, sia a quella del Sindaco;

- gli amministratori comunali in carica all’epoca dei fatti abbiano negato di aver subìto intimidazioni in relazione alla realizzazione del porto;

- l’ex-consigliere che risulterebbe (in base ad altre fonti sconosciute) essere stato vittima dell’incendio del proprio negozio abbia escluso la riconducibilità dell'evento alla sua attività politica e nulla di diverso sia stato dimostrato;

- la presunta aggressione abbia riguardato un consigliere non appartenente all’Amministrazione comunale sciolta e si sia verificata a diversi anni di distanza dai presunti accordi intercorsi, si ripete, tra soggetti estranei all’Amministrazione comunale dell’epoca e/o a quelle successive;

- in definitiva, per quel che possa ancora occorrere, alcun riferimento venga fatto ad episodi di criminalità organizzata di stampo mafioso.

A conferma dell’estraneità di tutte le vicende cui si è detto alle pretese “forme di condizionamento” si noti altresì che – come riconosciuto proprio nella sentenza con la quale il Tribunale di Sanremo ha condannato i responsabili dell’attentato nei confronti dell’imprenditore – dietro alle condotta criminosa non vi era alcun disegno e/o organizzazione di stampo mafiosi, trattandosi di atti posti in essere per questioni esclusivamente personali.

Per sgombrare il campo da ogni dubbio si aggiunge che la realizzazione del porto è avvenuta sulla base di un progetto del tutto nuovo, che ha avuto un iter amministrativo autonomo, rispetto alle attività delle precedenti amministrazioni comunali; l’approvazione di tale nuovo progetto è avvenuta con l’unanimità dei consensi, sia dei membri del Consiglio comunale che degli Enti partecipanti all’apposita Conferenza di servizi.

La legittimità del progetto definitivo è stata riconosciuta anche dal Tar Liguria, che ha rigettato le censure proposte in proposito dalla Wwf Italia Onlus avverso il provvedimento comunale di approvazione e gli altri atti preparatori, presupposti e/o connessi (Tar Liguria, sez. I, 14 gennaio 2011, n. 48).

Ai sensi del citato art. 143, inciso dalla novella del 2009, affinché si possa procedere allo scioglimento, è necessario che emergano «concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso o similare degli amministratori di cui all’articolo 77, comma 2, ovvero su forme di condizionamento degli stessi».

La giurisprudenza ha chiarito che «Con tale specificazione il legislatore ha inteso conformare il potere istruttorio e valutativo dell’autorità statale in materia di scioglimento degli organi di governo degli enti locali, attraverso una più rigida perimetrazione degli ambiti del giudizio di apprezzamento, ora astretto dall’osservanza di canoni oggettivi di rilevanza degli elementi indiziari raccolti e ritenuti valutabili ... il riferimento ad elementi “concreti” esprime la volontà del legislatore di limitare la rilevanza indiziaria ad elementi fattuali, da intendersi come vicende ed accadimenti storicamente verificatisi ed accertati, senza attribuire eccessiva rilevanza a mere congetture o ragionamento di tipo deduttivo ... La caratteristica di “univocità” fa invece riferimento ad una significatività tendenzialmente oggettiva dell’elemento indiziario, a cui deve accompagnarsi una coerenza d’insieme di tutti gli indizi raccolti, tra cui deve sussistere un rapporto di non contraddizione, armonia ed assenza di possibili interferenze interpretative ... la “rilevanza” attiene, più propriamente, al giudizio valutativo in sé ed impone al titolare del potere una particolare attenzione nel motivare la ragione dell’assunzione di un determinato elemento di fatto ad indizio di condizionamento o collegamento con la criminalità organizzata» (Tar Campania, Napoli, sez. I, 9 giugno 2010, n. 13720).

Nel caso di specie tutti gli elementi addotti a preteso supporto dell’esistenza, ora dell’una, ora dell’altra, delle due situazioni alternativamente indicate dalla norma sono per la maggior parte privi di concretezza (costituendo pure illazioni) e, in ogni caso, assolutamente non univoci, né rilevanti.

Si è infatti evidenziato che tutti gli elementi indicati nella relazione prefettizia e nella proposta ministeriale si prestano, più correttamente, ad interpretazioni radicalmente diverse e resta, in ogni caso, indimostrata la concludenza, ai fini di specie, degli episodi citati ed il necessario coinvolgimento in essi della «criminalità organizzata di tipo mafioso o similare».

Se non bastasse, agli Amministratori cessati dalla carica non è stata data comunicazione dell’avvio del procedimento, ad onta del fatto che «proprio la consistenza degli interessi in gioco, correlati al regolare svolgimento delle funzioni degli enti locali e alla fisiologica conclusione del mandato elettivo degli organi di vertice politico-amministrativo esige che le parti interessate siano adeguatamente e tempestivamente coinvolte ... Questa necessità è tanto più accentuata nelle ipotesi in cui la connotazione discrezionale del provvedimento risulti particolarmente marcata, oppure si tratti di valutare la rilevanza di caratteristici elementi istruttori, dal significato oggettivamente non univoco ... E’ anche vero che l’accertamento di infiltrazioni malavitose nella vita istituzionale dell’ente potrebbe richiedere “interventi immediati e decisi” ... Ma in relazione a tale fattispecie, può trovare applicazione, eventualmente, la speciale misura cautelare prevista dal comma 5 dello stesso articolo 143 ... proprio l’espressa previsione di una fase cautelare tipica ... induce a ritenere che il procedimento si debba svolgere, in via ordinaria, secondo modalità che consentano il pieno rispetto dei principi partecipativi» (Consiglio di Stato, sez. V, 4 ottobre 2007, n. 5146).

Nel caso di specie era già stata disposta la sospensione del Consiglio, adducendo ragioni di urgenza, dunque l’Amministrazione che ha disposto lo scioglimento disponeva del tempo necessario per comunicare l’avvio del procedimento e consentire agli interessati di apportare elementi fondamentali per il completamento dell’istruttoria (comprese le presenti deduzioni), che avrebbero potuto evitare l’adozione del decreto di scioglimento impugnato.

Ed ancora, la legge richiede «una stringente consequenzialità tra l’emersione, da un lato, di una delle due situazioni suddette, “collegamenti” o “forme di condizionamento”, e, dall’altro, … la compromissione della libertà di determinazione e del buon andamento amministrativo» (Corte costituzionale n. 103/1993), difatti «lo scioglimento di un organo elettivo, incidendo su organi scelti dall’elettorato e, dunque, sull’esercizio delle libertà democratiche costituzionalmente protette, deve fondarsi su elementi chiari e concordanti di collegamento o condizionamento mafioso (Cons. St., sez. IV, n. 2583/2007), atti a dimostrare che l’Amministrazione comunale, pur senza necessariamente commettere illeciti, comunque presenta lacune e inefficienze causalmente riconducibili al condizionamento/collegamento» (Consiglio di Stato, VI, 1° giugno 2010, n. 3462).

Risulta addirittura autoevidente che gli atti impugnati non deducono alcunché in ordine al nesso eziologico, né, tantomeno, sono idonei a far emergere alcuna “stringente consequenzialità” tra i pretesi elementi indicati e l’asserita compromissione del regolare funzionamento dell’Ente.

Quanto alla pretesa ingerenza della compagine politica sull'operato degli organi burocratici ed all'asserito affidamento illegittimo ad una cooperativa dei lavori di manutenzione del mercato, non pare considerata in modo adeguato l’evoluzione normativa successiva all’introduzione della misura, atteso che, dopo il 1990, con la legge 25 marzo 1993, n. 81 (le cui disposizioni sono riprodotte dagli art. 71 ss. TUEL), è stato introdotto un sistema di tipo maggioritario nelle elezioni comunali, in base al quale sono il Sindaco e la Giunta a rivestire un ruolo centrale nell’amministrazione (Tar Campania, sez. I, 15 novembre 2004, n. 16778).

Nessun indirizzo espresso dall’esecutivo - nello svolgimento della legittima funzione di direzione e coordinamento costantemente avallata dalla giurisprudenza - ha vincolato le scelte gestionali demandate ai dirigenti.

La discrezionalità di questi ultimi non è stata in alcun modo compressa e sul punto, si noti, non vi è alcuna prova del contrario, né alcunché può desumersi, in proposito, dal fatto che – nel caso del mercato – il dirigente competente si sia genericamente “riferito” ad un indirizzo dell’esecutivo, cioè abbia dato atto dell’esistenza dello stesso, poiché è chiaro che detto dirigente ha comunque proceduto – in assoluta autonomia – a valutare (positivamente) la sussistenza dei presupposti e l’opportunità di rivolgersi all'affidatario.

La proposta ministeriale riferisce solo questo episodio, elevato a preteso “emblema” dell’asserito sviamento, non perché sia tale, bensì in quanto l'Amministrazione che ha disposto lo scioglimento ha ritenuto di poter dedurre profili di illegittimità unicamente in relazione a detto caso, elevandolo artatamente a “marchio d’infamia” dell’intera asserita prassi delle determinazioni di Giunta e ciò, invero, è dirimente.

Ad ogni modo la relazione sottolinea che l’elaborato tecnico sarebbe stato proposto dal Sindaco («e non, come dovrebbe avvenire, dall’apparato burocratico») e che l’indirizzo di giunta sarebbe illegittimo perché impartito «in violazione delle norme che prescrivono, per i servizi con importo superiore a 20.000 euro, il ricorso ad una procedura negoziata con confronto concorrenziale tra almeno 5 operatori».

Sotto il primo profilo si osserva che: - la circostanza indicata, anche in astratto, non appare affatto incompatibile con le previsioni di legge vigenti e con l’attuale governance degli enti comunali; - all’epoca dei fatti il Sindaco deteneva la delega per i lavori pubblici, la manutenzione del patrimonio e l’arredo urbano (sicché era investito di tutte le competenze ad intervenire nel settore de quo); - il Sindaco non presentò alcun “elaborato tecnico”, ma semplicemente una fotoriproduzione della struttura esterna del mercato, fatta realizzare al computer, con diverse tonalità di colore, da un dipendente comunale, cui si accompagnavano alcune foto d’epoca di Ventimiglia.

Quanto alla pretesa mancata consultazione preventiva di almeno cinque operatori, si osserva invece che l’appalto non è di servizi, bensì di lavori (di manutenzione): ne consegue che la soglia non è quella indicata, di 20.000 euro, di cui all’art. 125, co. 11, del Codice dei contratti (ora peraltro elevata a 40.000 euro anche per i servizi), ma è quella di 40.000 euro, indicata al precedente comma 8 dello stesso articolo, che consente «l’affidamento diretto da parte del responsabile del procedimento».

Il suddetto lavoro di manutenzione è stato affidato per l’importo di 35.000 euro, oltre IVA, ben al di sotto, quindi, della soglia suindicata, né viene considerata la natura di cooperativa sociale dell’affidataria.

Se non bastasse l'amministrazione non ha dedotto alcunché in merito al nesso eziologico che dovrebbe sussistere tra l'episodio contestato e gli asseriti “collegamenti” e/o le asserite “forme di condizionamento”.

E’ perciò evidente che – in disparte, per un attimo, la mancata dimostrazione anche delle pretese interessenze della cooperativa affidataria con la criminalità organizzata (neppure, si noti, ‘di tipo mafioso’, come invece richiede da legge) – i resistenti pretenderebbero di spiegare la (asserita) incidenza dei pretesi elementi di collegamento/condizionamento mediante un mero rinvio ad un dato di fatto “neutro”, ossia l’avvenuto affidamento.

I pretesi collegamenti, peraltro, non si riferiscono agli amministratori (bensì alla cooperativa) e nulla si dice in merito all’incidenza sulla pretesa compromissione del regolare funzionamento del Comune.

Quanto al preteso contrasto con il codice dei contratti e la normativa comunitaria dei procedimenti in materia di contratti di appalto di lavori o servizi ed al preteso collegamento con la criminalità, rileviamo che le contestazioni sono apodittiche ed illogiche e provano per tabulas non già lo sviamento del Comune, bensì  lo sviamento in cui è incorsa l'Amministrazione che ha disposto lo scioglimento per fini diversi da quelli perseguiti dalla norma attributiva di tale potere: non già per garantire il ripristino delle condizioni di legalità asseritamente compromesse, ma per sanzionare pretese difformità rispetto a «quanto … previsto dalle direttive comunitarie e dal codice dei contratti», invadendo così ambiti di azione eventualmente riservati alla giurisdizione amministrativa ed a quella contabile.

La giurisprudenza è pacifica nel puntualizzare che – in assenza (come nella specie) di dimostrazione della «specifica rilevanza [delle circostanze indicate] sotto il profilo dei possibili collegamenti con la criminalità organizzata» – resta precluso l’esercizio del potere di scioglimento, poiché, «anche se fossero state effettivamente violate alcune regole delle procedure ad evidenza pubblica …, ciò nulla dimostrerebbe … circa una possibile compromissione dell’ente locale con le consorterie criminali presenti sul territorio» (Tar Campania, Napoli, sez. I, 28 gennaio 2010, n. 515; confermata in appello da Consiglio di Stato, sez. VI, 21 dicembre 2010, n. 9323).

Sennonché non sono state affatto violate le regole procedimentali e, prim'ancora, il ragionamento dei resistenti appare tautologicamente viziato, dal momento che il nesso causale che dovrebbe determinare la rilevanza delle asserite illegittimità dei procedimenti concorsuali è illogicamente desunto proprio dalle asserite irregolarità degli affidamenti.

Se non bastasse il difetto di motivazione è indiscutibile, sol che si consideri il costante orientamento secondo cui «un provvedimento di alta amministrazione quale quello per cui è causa può certamente richiamare, per relationem, e facendovi specifico riferimento, singoli atti istruttori, documenti, acquisizioni», mentre «non può richiamarsi, per relationem, all’intero compendio istruttorio raccolto ché altrimenti verrebbe nella sostanza vanificato l’obbligo motivazionale e compresso il diritto di difesa» (Consiglio di Stato n. 9323/2010 cit.).

Parimenti infondati sono i rilievi svolti in merito alla pretesa illegittimità della costituzione di una società in house e sul connesso (asserito) “scorporo del settore tecnico”, nonché sul preteso “atteggiamento di favore” che avrebbe assunto nei confronti di una cooperativa sociale, che, a sua volta, sarebbe riconducibile ad esponenti della criminalità organizzata.

La costituzione della Civitas S.r.l. non ha determinato il preteso “scorporo del settore tecnico”, in quanto l’Amministrazione comunale ha legittimamente utilizzato la facoltà di creare una società in house, nei limiti consentiti ed al solo fine di incrementare l’efficienza, l’efficacia e l’economicità della manutenzione ordinaria del patrimonio immobiliare, in attuazione concreta del principio costituzionale di buon andamento della P.A. (art. 97 Cost.).

Alla Civitas non sono state affidate la realizzazione di infrastrutture, l’erogazione dei servizi pubblici, la manutenzione straordinaria del patrimonio immobiliare o l’esecuzione dei lavori pubblici tout court: dette attività hanno continuato ad essere svolte direttamente dall’Ufficio Tecnico del Comune (come avvenuto, ad es., per il Palazzetto dello sport, la nuova biblioteca, il centro giovanile, Forte dell’Annunziata, i ponti  sul Nervia, la tangenziale nord, i sottopassi ferrioviari, il recupero degli altari di San Francesco, Belvedere del Funtanin, i parcheggi di Porta Piemonte, piazza San Michele, piazza Mons. d’Affra, gli impianti della vecchia biblioteca Aprosiana, le nuove fognature di via Toscanini, i serbatoi in alta quota, la pedonalizzazione di via Martiti e di via Aprosio, ecc.), per oltre il 90% del totale.

E’ utile confrontare, sul punto, il rendiconto fornito dall’organo ispettivo dell’Ufficio contratti del Comune, dal quale si evince che la Civitas ha ricevuto affidamenti in house da parte dell’Ufficio Tecnico – dall’inizio del mandato elettorale (giugno 2007) alla data dell’inizio dell’ispezione della Commissione d’indagine (luglio 2011) – per euro 4.795.268,00, mentre, nello stesso periodo, il «settore tecnico» (id est: l’Ufficio Tecnico) ha aggiudicato (a diverse ditte) appalti per euro 8.163.530,00.

Sicché, su un totale di affidamenti per euro 12.958.798,00, il “settore tecnico”, asseritamente “esautorato”, ha gestito direttamente il 63% degli stessi; affidando alla Civitas, solo la parte residua (37%).

Non può poi trascurarsi che, anche in relazione alla quota di affidamenti gestiti dalla Civitas, in capo all’Ufficio Tecnico restava pur sempre la responsabilità dei rispettivi procedimenti, la direzione dei lavori, la progettazione, la liquidazione ed il controllo dell’adempimento del contratto di servizio.

Quanto alle «maestranze comunali», il trasferimento delle stesse è stato limitato allo stretto necessario in relazione allo svolgimento della manutenzione ordinaria affidata alla Civitas, senza alcun pregiudizio per il mantenimento del livello qualitativo e quantitativo dell’attività istituzionale del Comune, che ne ha invece beneficiato.

E’ del tutto irrilevante la circostanza che il Direttore – nello svolgimento della sua attività libero-professionale (che, nel corso degli anni, si è concretizzata, tra l’altro, nell’assistenza di centinaia di società e cooperative, anche in fase di costituzione delle stesse) abbia predisposto, prima di assumere le cariche pubbliche in contestazione, lo statuto della cooperativa richiamata.

Pur non conoscendo, allo stato, quali siano i dati in possesso dell’Amministrazione che ha disposto lo scioglimento per spingersi ad affermare che la «menzionata società cooperativa appartiene a soggetti direttamente riconducibili alla locale famiglia mafiosa», è certo che non risponde al vero quanto ipotizzato nella relazione prefettizia, senza alcuna prova ed anzi contro l’evidenza dei fatti, circa l’asserita circostanza che all’Amministrazione comunale fosse nota «se non altro, la vicinanza di interessi [della cooperativa] con ambienti della locale criminalità organizzata» (formula peraltro poco intellegibile e, qualitativamente e quantitativamente, assai diversa dall’affermazione che la stessa cooperativa «appartiene a soggetti direttamente riconducibili alla locale famiglia mafiosa»).

Nessun Amministratore, né il Direttore, è mai stato al corrente della pretesa “vicinanza di interessi” della cooperativa con gli ambienti della criminalità e la stessa è sempre stata in possesso di certificato antimafia positivo.

Come declama la giurisprudenza «in presenza di certificazione antimafia che non evidenzia … pregiudizi direttamente rilevanti in capo agli amministratori dell’impresa ... non può la P.A. procedere alla sua esclusione o alla rescissione del contratto relativo; ciò in quanto è rimesso al rispetto del dettato normativo primario e secondario disciplinante le pubbliche gare e i conseguenti rapporti contrattuali – e non all’adozione di estemporanei criteri valutativi della moralità dei concorrenti, affidati all’iniziativa dei funzionari pubblici – l’adozione dei detti provvedimenti espulsivi o risolutori» (Consiglio di Stato, sez. V, 23 marzo 2004, n. 1556).

Ancora una volta si sottolinea che anche i pretesi “elementi” riferiti alla cooperativa (non agli amministratori) non sono “concreti”, “univoci” e “rilevanti”, né alcunché si dice circa il fondamentale nesso eziologico tra le presunte irregolarità nell’attività amministrativa e gli asseriti “collegamenti” e/o le asserite “forme di condizionamento” degli amministratori.

Fermo restando che la cooperativa in discorso aveva già eseguito appalti per l’Amministrazione comunale (dunque non c’è da stupirsi se ne ha eseguiti anche per la Civitas), non è affatto vero che, nel 2008, «il 60% dell’importo totale delle opere appaltate» sarebbe stato affidato alla medesima, né che tali valori «non [sarebbero] sostanzialmente mutati negli anni successivi».

La percentuale complessiva, nel periodo 2008-2011, degli affidamenti (sia diretti, che con gara) della Civitas nei confronti della cooperativa sociale di cui si tratta, ammonta alla ben più modesta percentuale del 16,29%.

Rapportando l’importo di tutti gli affidamenti (sia diretti, che con gara) operati in favore della cooperativa dall’intera Amministrazione comunale (non solo dalla Civitas), la percentuale scende al 5,76%.

Gli appalti assegnati in via diretta alla cooperativa nel periodo 2008-2011, costituiscono soltanto il 6,12%, degli affidamenti complessivi della Civitas e il 2,16% di quelli dell’intera Amministrazione comunale.

Ove necessario, si noti altresì che, proprio nel periodo suindicato, la cooperativa ha subìto delle radicali trasformazioni del suo management, circostanza che ha avuto un impatto positivo sulla capacità concorrenziale della stessa.

Infine, errato - e comunque generico ed irrilevante - è altresì il preteso argomento secondo cui «[a]lcuni dei suddetti affidamenti [risulterebbero] peraltro effettuati in violazione della normativa di settore, atteso che avrebbero richiesto il preventivo esperimento di procedure negoziate».

Si è già detto di uno dei macroscopici errori che ha condotto l’Amministrazione ad affermazioni di tal sorta con riguardo al mercato.

Quanto agli altri appalti, appare evidente che né la relazione ministeriale (né, per quel che possa occorrere, la relazione prefettizia), danno conto delle caratteristiche specifiche degli affidamenti in discorso, quali, su tutte, l’estrema urgenza di procedere agli stessi.

Se non bastasse la normativa speciale prevista per gli affidamenti alle cooperative sociali (in particolare l’art. 5 della legge 8 novembre 1991, n. 381), detta una previsione di favore (fatta salva dall’art. 52 del d.lgs. n. 163/2006, Codice dei contratti pubblici) che consente agli enti pubblici (compresi quelli economici e le società di capitali a partecipazione pubblica), anche in deroga alla disciplina in materia di contratti della pubblica amministrazione, di stipulare convenzioni con le cooperative sociali, finalizzate a creare opportunità di lavoro per persone svantaggiate (invalidi fisici psichici e sensoriali, ex degenti di istituti psichiatrici, soggetti in trattamento psichiatrico, tossicodipendenti, alcolisti, i minori in età lavorativa in situazioni di difficoltà familiare, condannati ammessi alle misure alternative alla detenzione, persone detenute o internate negli istituti penitenziari, condannati e internati ammessi alle misure alternative alla detenzione e al lavoro all’esterno).

In applicazione della normativa succitata, non si può affatto affermare la pretesa violazione degli artt. 113 e 125 del Codice dei contratti pubblici, per asserito superamento di una soglia – quella di 40.000 euro ex art. 125, co. 11, del Codice – comunque inapplicabile alla cooperativa, neanche in relazione al contestato affidamento in via diretta degli appalti di Via Lungo Roja e di Corso Genova (tratto di Via Chiappori – Via Nervia).

Infatti – fermo restando che, quanto al primo, è addirittura errato l’importo indicato (che è di euro 65.000 oltre IVA e non di euro 188.214,83) – per entrambi i suddetti appalti deve tenersi in considerazione che, trattandosi di cooperativa sociale di tipo B, potevano essere affidati, in via diretta, contratti pubblici “sottosoglia”, fino a 200.000 euro, quali sono quelli di cui si tratta.

Ma soprattutto – a tutto voler concedere – non v’è chi non veda che, come dà atto la stessa relazione ministeriale, le pretese illegittimità procedimentali riguarderebbero soltanto “alcuni” affidamenti (per l’esattezza i due summenzionati, per quel che è dato comprendere), in relazione ai quali resta del tutto indimostrato il nesso eziologico con gli asseriti “collegamenti” e/o le asserite “forme di condizionamento” degli amministratori comunali.

Insegna in proposito il Consiglio di Stato che «anche se fossero state effettivamente violate alcune regole delle procedure ad evidenza pubblica …, ciò nulla dimostrerebbe … circa una possibile compromissione dell’ente locale con le consorterie criminali presenti sul territorio» (Tar Campania, Napoli, n. 515/2010, confermata da Consiglio di Stato n. 9323/2010 cit.).

Si contesta poi l’irrilevanza dell’argomento basato sulla coincidenza tra la carica di Direttore generale e di Presidente del Consiglio di Amministrazione della Civitas, atteso che tale evenienza non è affatto incompatibile con la normativa vigente, né alcunché è stato specificamente dedotto sul punto dall'Amministrazione che ha disposto lo scioglimento.

In secondo luogo, è semplicemente erronea la pretesa concentrazione, in capo al Presidente del CdA, di «tutti i poteri decisionali», dal momento che tale figura aveva soltanto, in ossequio allo statuto e alle norme di legge vigenti, la rappresentanza legale della società e le decisioni adottate dal CdA venivano deliberate collegialmente dallo stesso organo, non già dal Presidente (né dal Sindaco, che, rispetto alla società in house, ha sempre agito nel pieno rispetto della legge, segnatamente dell’art. 50, co. 8, TUEL).

Inoltre, è stata sempre fatta salva la potestà decisionale del Comune, al cui vaglio preventivo venivano comunque rimesse tutte le scelte più importanti.

Infine, per quanto riguarda il rispetto del requisito del “controllo analogo”, si osserva che la società si era dotata, come previsto in statuto, di un’apposita Commissione di 5 membri, espressione di entrambi gli schieramenti, con il compito di «verificare periodicamente l’attività svolta dall’organo amministrativo in termini di opportunità, efficienza ed efficacia delle scelte poste in essere, in relazione agli indirizzi formulati dal Comune».

La predetta Commissione non ha in alcun modo omesso di esercitare il proprio «potere-dovere di controllo»: la stessa ha sempre garantito le necessarie verifiche periodiche degli indirizzi impartiti dai competenti organi comunali, con piena salvezza, allo stesso tempo, dei diritti e dei poteri di cui riservati in capo a tutti i Consiglieri comunali dall’art. 43 TUEL.

Nello specifico, poi, i componenti della Commissione hanno sempre svolto il proprio ruolo, chiedendo anche giornalmente informazioni o spiegazioni dell’attività eseguita, partecipando, senza diritto di voto, alle riunioni degli organi sociali in quanto espressamente convocati, redigendo la relazione annuale alla Giunta e, successivamente, al Consiglio.

Si precisa infine che, almeno con cadenza annuale, in Consiglio si discuteva dell’attività della Civitas in modo approfondito; i consiglieri di minoranza spesso presentavano interpellanze, cui seguivano le dovute risposte e la discussione.

Tutta l’attività della Civitas era inoltre sottoposta ad un continuo controllo da parte del Collegio sindacale.

Evidentemente la Commissione non ha riscontrato alcuna irregolarità nell’attività esaminata, sicché è del tutto generica ed indimostrata qualsiasi (illogica) deduzione in merito al preteso «atteggiamento funzionale dell’apparato politico e burocratico» del Comune (affermazione, quest’ultima, che è e resta perciò assolutamente sprovvista di fondamento).

Ma soprattutto – ancora una volta – si deve eccepire l’assenza (oltre che di concretezza) senz’altro di univocità e rilevanza dei pretesi elementi sintomatici, omettendosi altresì di operare i necessari riferimenti al fondamentale nesso eziologico delle ipotetiche irregolarità con gli asseriti “collegamenti” e/o le asserite “forme di condizionamento” degli amministratori.

Deve altresì eccepirsi l’infondatezza delle affermazioni svolte nella relazione ministeriale con riguardo alla costruzione del porto turistico.

Anche in relazione ai procedimenti in esame la relazione ministeriale non si riferisce mai a pretese “infiltrazioni” della criminalità organizzata di stampo mafioso (la sola che rileva ai fini di specie), limitandosi ad affermare che «la mancanza di un’attività di vigilanza e controllo da parte dell’amministrazione comunale, in particolare nella fase di esecuzione delle opere pubbliche, [avrebbe] di fatto consentito ad aziende riconducibili ad ambienti controindicati di svolgere lavori per conto del comune»; ovvero che la pretesa elusione delle disposizioni in materia di informativa antimafia avrebbe permesso di svolgere attività in subappalto «ad aziende, il cui assetto sociale è riconducibile alla criminalità organizzata».

Ciò, del resto, trova conferma, per quel che possa occorrere, anche nella relazione prefettizia, in cui non si riferisce alcun collegamento alla criminalità organizzata di stampo mafioso, ma ci si limita a riferire che l’asserita «elusione dell’attività di prevenzione antimafia (…) ha accentuato il rischio della presenze di imprese controllate o riferibili alla criminalità organizzata di stampo mafioso o similare in un settore che ha interessato investimenti  per decine di milioni di euro, in opere pubbliche».

Sicché si assiste ad una illegittima “anticipazione della soglia di tutela”, in contrasto con il carattere “straordinario” (ed eccezionale) del potere di scioglimento del Consiglio comunale, la cui legittimità – per converso – dipende, tra l’altro, proprio dall’attualità e non dalla mera potenzialità di infiltrazione di soggetti direttamente appartenenti alla criminalità organizzata di stampo mafioso: solo di fronte ad una concreta ed attuale “emergenza straordinaria” da fronteggiarsi necessariamente con lo scioglimento, può disporsi la misura di massimo rigore (Corte costituzionale n. 103/1993, cit.).

L’eccezione, a ben vedere, è dirimente ed evidenzia anche la ripetuta violazione del chiaro disposto dell’art. 143, co. 1, TUEL, dal momento che – fermo quanto sopra esposto – non solo, l’Amministrazione resistente non dice nulla in merito alla possibilità di infiltrazione della criminalità organizzata di stampo mafioso nell’esecuzione dei lavori de quibus (con conseguente automatica irrilevanza di ogni affermazione in proposito), ma neppure deduce alcunché di specifico in relazione al fondamentale nesso eziologico delle eventuali irregolarità dedotte con gli asseriti “collegamenti” e/o le asserite “forme di condizionamento” degli amministratori.

Non è infatti sufficiente in proposito il mero “deferimento” alla Procura della Repubblica di Sanremo del Sindaco, del Segretario generale e del Dirigente del settore tecnico del Comune per l’asserita «elusione delle specifiche disposizioni in materia di informazioni antimafia», che è da ritenersi conseguente alla sola posizione degli stessi soggetti (le cui eventuali responsabilità saranno valutate soltanto in sede penale), ma che nulla significa in relazione alla sussistenza dei suddetti elementi contemplati dall’art. 143 TUEL.

Per non parlare del rilievo assolutamente sproporzionato assegnato ai “deferimenti” (deve ritenersi delle denunce), i cui estremi di attendibilità e di rilevanza penale non hanno passato neppure il vaglio – non si dice di un giudice, ma neppure – del P.M.

Nello specifico, deve comunque precisarsi che l’Amministrazione comunale non ha affidato lavori di realizzazione del porto, ma si è limitata a dare in concessione - su delega di altro ente - beni marittimi demaniali, sicché è evidente che la realizzazione del porto non rappresenta l’esecuzione di opere qualificabili come “pubbliche” ai sensi del Codice dei contratti pubblici, né l’Amministrazione comunale era tenuta ad effettuare una specifica supervisione con riferimento alle certificazioni antimafia delle imprese che concludevano accordi con la società concessionaria.

Trattasi, a ben vedere, di aziende che non hanno mai operato “per conto del Comune”, né, come si è detto, erano a questi fini sottoposte all’attività di controllo dello stesso Ente.

E, quanto alla concessionaria di detti beni demaniali, fermo restando il fatto che, eventualmente, la responsabilità per il ritardo nella richiesta dell’informativa antimafia sarebbe da ascriversi al solo responsabile del procedimento e non certo agli Amministratori comunali, può affermarsi senz’altro la costante e pacifica (anche per l’Amministrazione che ha disposto lo scioglimento) sussistenza, in capo alla stessa ditta, di tutti le condizioni necessarie al rilascio di informative antimafia positive.

Allo stesso modo è parziale ed errata la ricostruzione operata in merito alle procedure concernenti l’affidamento del servizio di igiene urbana.

In primo luogo, le proroghe tecniche dell’affidamento del servizio di igiene urbana (oltre a non essere, di per sé, illegittime, atteso che, com’è noto, vige soltanto un divieto di proroga tacita dei contratti pubblici, ex art. 57, co. 7, d.lgs. n. 163/2006 e s.m.i.) non sono imputabili all’Amministrazione comunale sciolta, anche in considerazione del periodo cui si riferiscono, che è abbondantemente antecedente all’insediamento della stessa.

Già all’insediamento dell'Amministrazione comunale sciolta, infatti, vigeva una proroga contrattuale fino al 31 dicembre 2008.

Inoltre, è proprio l’Amministrazione comunale sciolta che ha insistito affinché si celebrasse una gara per il medesimo appalto.

La responsabilità delle cennate proroghe, se del caso, è da riferirsi esclusivamente ad altre amministrazioni, in particolare all’Autorità d’Ambito Ottimale per la gestione dei rifiuti urbani ed alla Provincia di Imperia.

Basti dire che – con nota della Provincia di Imperia del 17 settembre 2008  – l'Amministrazione provinciale determinava l’arresto delle attività già intraprese dal Comune per la sollecita celebrazione della gara, comunicando che «non è possibile autorizzare Codesta Amministrazione a procedere all’appalto del singolo servizio».

Il Sindaco inoltrava addirittura una diffida e chiedeva alla Provincia, da un lato, la revoca della citata nota e, dall’altro, la contestuale emanazione di provvedimento autorizzativo all’esperimento della gara, a conferma del costante impegno profuso dall’Amministrazione comunale per l’immediato superamento del regime di proroga e la sollecita celebrazione di una gara per l’affidamento del servizio.

E’ stata proprio l’Amministrazione comunale ad interpellare la Regione e, infine, sulla base delle indicazioni fornite da quest’ultima con apposito parere, a riuscire ad ottenere l’assenso anche dell’Autorità d’Ambito Ottimale e della Provincia, sicché, alla fine, la gara per l’affidamento del servizio si è celebrata proprio grazie all’intervento dell’Amministrazione comunale sciolta, che, nel rispetto delle competenze delle altre Amministrazioni coinvolte (dal cui assenso non poteva invero prescindere), ha posto in essere, con successo, un’azione a tutto campo per modificarne le rispettive posizioni.

Contrariamente a quanto afferma la relazione ministeriale, dopo le prime due gare andate deserte, le condizioni iniziali del contratto – nel rispetto dell’art. 57, co. 2, lett. a) del Codice dei contratti pubblici – non sono state «modificate in modo sostanziale».

Prova ne sia, quanto espressamente affermato, in esito ad apposita verifica amministrativo-contabile eseguita dal 13 settembre al 18 ottobre 2010, dal Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato, che ha espressamente sancito che: «Non sono emerse irregolarità».

All’Amministrazione comunale non sono mai stati resi noti i pretesi «rapporti e cointeressenze [dell’amministratore della società aggiudicataria] con esponenti della locale criminalità organizzata», anche perché questi rapporti, evidentemente, quand’anche (in ipotesi) esistenti, non hanno mai impedito alla ditta aggiudicataria di presentare informative antimafia positive.

Ad ogni modo, per l’ennesima volta, si sottolinea che in alcun modo viene indicato quale sarebbe il nesso eziologico tra le eventuali irregolarità riscontrate e gli asseriti “collegamenti” e/o le asserite “forme di condizionamento” degli amministratori comunali.

Se non bastasse, recentemente, dopo lo scioglimento del Consiglio comunale, il Comune di Ventimiglia ha affidato, in via diretta, il servizio di pulizia straordinaria delle spiagge … proprio alla Docks Lanterna S.p.A.!

Evidentemente, a tutt’oggi, anche a giudizio della nuova gestione commissariale, la ditta di sui sopra è da ritenersi meritevole, sotto tutti gli aspetti, di ottenere l’affidamento di appalti comunali, nonostante le surriferite posizioni assunte dall’Amministrazione resistente.

Per quel che riguarda la pretesa autorizzazione, assertivamente concessa direttamente dal Direttore generale, nel 2009, per il subappalto di alcune prestazioni dello stesso contratto alla medesima società cooperativa di cui si è detto in precedenza, si eccepisce innanzitutto che l’autorizzazione non potrebbe mai dirsi proveniente dal Direttore generale in tale qualità, ma semmai nella qualità di Dirigente dell’Ufficio espropri, procedure concertative e subappalti, con il che si sgombra il campo da quella prospettazione di illegittimità che è larvatamente sottesa all’inesatta indicazione di cui sopra.

Si deve altresì ricordare che, in ogni caso, il Dirigente di detto Ufficio ha operato non già d’imperio, ma sulla base dei risultati dell’istruttoria condotta dai funzionari competenti e delle proposte del Responsabile Unico del Procedimento di cui all’art. 10 del Codice dei contratti pubblici.

Ed in proposito, si noti, l’Amministrazione resistente non deduce alcunché, neppure circa un’eventuale illegittimità dell’autorizzazione al subappalto (da presumersi perciò legittima) e l’intera vicenda resta genericamente e suggestivamente indicata nei termini suesposti.

Quanto alla circostanza che sarebbe stata avvantaggiata una cooperativa, ferma restando la costante assenza di indicazioni circa il nesso eziologico, si eccepisce altresì la mancata dimostrazione del coinvolgimento di tale cooperativa, che ha sempre prodotto certificazioni antimafia positive, con gli ambienti della criminalità organizzata, tanto meno di stampo mafioso; se non bastasse non viene data alcuna prova neppure circa l’eventuale conoscenza, da parte del’Amministrazione comunale, di ipotetiche cointeressenze.

In merito alla procedura di aggiudicazione del servizio di gestione dei distributori automatici di bevande, viene ancora una volta fornita una ricostruzione parziale.

Giova premettere che l’importo dell’appalto in discorso era di poche migliaia di euro annui, esattamente di euro 2.565,00, per un totale, in tre anni, di euro 7.695,00, pertanto non si rendeva obbligatorio alcun adempimento in tema di verifiche antimafia, né – tantomeno – sussisteva l’obbligo di previo rilascio di informativa prefettizia, dal momento che, com’è noto, non è necessaria la documentazione antimafia «per i provvedimenti gli atti, i contratti e le erogazioni il cui valore complessivo non supera i 300 milioni di lire [ora 150.000 euro]» (art. 1, co. 2, lett. e D.P.R. 3 giugno 1998, n. 252, confluito nell’art. 83, co. 3, lett. e d.lgs. 6 settembre 2011, n. 159).

Successivamente alla stipula del contratto interveniva il citato provvedimento interdittivo, emesso dalla Prefettura a seguito di altra gara svoltasi presso l’ASL imperiese, pertanto il Comune avviava l’iter per la risoluzione dell’affidamento, cui faceva seguito l’opposizione della ditta aggiudicataria, che annunciava la prossima definizione del giudizio instaurato dinanzi al Tar Liguria e relativo all’impugnazione della revoca già disposta dall’ASL competente, in virtù del citato provvedimento interdittivo.

Il Tar Liguria emanava una pronuncia favorevole alla ditta aggiudicataria, dichiarando l’illegittimità della revoca disposta dall’ASL sulla base della predetta informativa antimafia, pronuncia che ovviamente il Comune di Ventimiglia ha dovuto tenere in debita considerazione.

Il Comune, diffidato dall'aggiudicataria dal risolvere il contratto (pena il risarcimento dei danni), si rivolgeva nuovamente alla Prefettura, in data 3 gennaio 2012, chiedendo, se del caso, l’adozione di una nuova dichiarazione di incapacità a contrarre per la ditta in questione.

Sennonché, alla data dello scioglimento dell’Amministrazione comunale, nessuna risposta era ancora giunta dalla Prefettura, dunque non si comprende quale eventuale comportamento negligente possa essere imputato all’Amministrazione comunale.

Fermo quanto sopra, a ben vedere, le asserite cointeressenze della ditta aggiudicataria di cui si tratta non sarebbero neppure legate alla criminalità organizzata di stampo mafioso (la criminalità tout court, come si è detto più volte, non  rileva ai fini dello scioglimento) ed, in ogni caso, nulla viene dedotto circa l’ipotetico nesso eziologico tra gli eventi in discorso e gli asseriti “collegamenti” e/o le asserite “forme di condizionamento” degli amministratori comunali.

Si contesta infine l'assenza della pretesa "sostanziale continuità" tra le amministrazioni succedutesi negli ultimi due mandati.

L’Amministrazione che ha proceduto allo scioglimento, per sostenere detta conclusione, introduce un elemento assolutamente distorsivo, là dove si riferisce alla circostanza «che ben 18 dei 26 attuali amministratori del comune sono al loro secondo mandato».

Ciò è evidentemente ininfluente, poiché quello che conta è semmai il numero degli Amministratori eletti nella consiliatura immediatamente precedente, ossia 11, conseguentemente – data la dominanza numerica degli Amministratori non eletti nella precedente consiliatura (15 su 26) – non può affatto affermarsi la «sostanziale continuità tra le amministrazioni succedutesi negli ultimi due mandati».

 

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