lunedì 17 dicembre 2018
11.11.2018 - Donatella Lauria

Pillole di Filosofia 2: Fede e ragione, la loro armonia nella scienza e nella vita

In questa seconda puntata di "Pillole di filosofia" la nostra riflessione filosofica entra nei meandri della teologia, affrontando un argomento che ha sempre stimolato filosofi, teologi e scienziati. Ci aiuta il Santo Giovanni Paolo II.

«La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità».

Spesso la lettura di questo incipit della enciclica di Giovanni Paolo II è stata condotta in modo  sommario, esaltando la ragione allo scopo di dare una qualche parvenza di dignità anche alla fede, comunque considerata un’ala più piccola o debole.

In realtà la forza della affermazione è nel proporre un metodo di pensiero che riguarda la natura e la modalità stessa della conoscenza alla quale non si sottrae nemmeno quelle scientifica.

La ragione è infatti sempre costretta ad aderire al dato reale “per fiducia” e questo rappresenta anche per lo scienziato il punto di partenza per la successiva verifica critica.

Come dice l’enciclica «L'uomo, essere che cerca la verità, è dunque anche colui che vive di credenza. Nel credere ,ciascuno si affida alle conoscenze acquisite da altre persone» (Fiedes et Ratio n 31,32). È questa armonia, misteriosa e anche drammatica a coinvolgere la libertà e a permettere alle due ali quella sinergia che produce forza per il volo. Nessun volo è possibile con una sola ala e quando una delle due ali si indebolisce il volo diventa arduo e pericoloso.

Questa stessa dinamica riguarda anche la ragione e la fede cristiana intesa come riconoscimento della verità rivelata da un testimone.

Anche in questo caso «…la fede chiede che il suo oggetto sia compreso con la ragione e la ragione al culmine della sua ricerca ammette come necessario ciò che la fede presenta (Fides et Ratio, n. 42)».

La fede può «provocare la ragione ad uscire da ogni isolamento e rischiare per tutto ciò che è bello, buono e vero. La fede si fa avvocato convinto e convincente della ragione (Fides et Ratio,n.56)». Per questo recita ancora l’enciclica «Quando la ragione è debole , la fede rischia di essere ridotta a mito o superstizione (Fides et Ratio,n. 48)».

Il dialogo armonico tra ragione e fede - e così deve essere -  è capace di valorizzare anche la ricerca della scienza che diventa in questa ottica un grande strumento per una conoscenza più profonda del mistero dell’uomo stesso come  diceva la Gaudium et Spes, redatta mezzo secolo fa: «il gusto per le scienze e la rigorosa fedeltà al vero nella indagine scientifica, la necessità di collaborare con gli altri nei gruppi tecnici specializzati, il senso della solidarietà internazionale, la coscienza sempre più viva della responsabilità degli esperti nell'aiutare e proteggere gli uomini, la volontà di rendere più felici le condizioni di vita per tutti, specialmente per coloro che soffrono per la privazione della responsabilità personale o per la povertà culturale. (Gaudium et Spes, n.57)».

Tuttavia se di fronte ai grandi passi della scienza questa dinamica suscita meraviglia, nello stesso tempo essa fa nascere interrogativi che riguardano il bello, il bene e il vero.

Quando questi passaggi vengono a mancare, le domande scompaiono e la ragione si confonde e si annebbia. Come rimarca la Lumen Fidei, descrivendo bene un disagio esistenziale del nostro tempo «quando la luce della ragione non riesce ad illuminare il futuro l’uomo resta abbandonato all’oscurità e alla paura dell’ignoto(Lumen Fidei,n. 3)».

Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica aveva messo in guarda da questo rischio quando scriveva: «L'uomo d'oggi sembra essere sempre minacciato da ciò che produce, cioè dal risultato del lavoro delle sue mani e, ancor più, del lavoro del suo intelletto, delle tendenze della sua volontà. I frutti di questa multiforme attività dell'uomo, troppo presto e in modo spesso imprevedibile, sono non soltanto e non tanto oggetto di “alienazione”, nel senso che vengono semplicemente tolti a colui che li ha prodotti; quanto, almeno parzialmente, in una cerchia conseguente e indiretta dei loro effetti, questi frutti si rivolgono contro l'uomo stesso. Essi sono, infatti, diretti, o possono esser diretti contro di lui. In questo sembra consistere l'atto principale del dramma dell'esistenza umana contemporanea, nella sua più larga ed universale dimensione. L'uomo, pertanto, vive sempre più nella paura. Egli teme che i suoi prodotti, naturalmente non tutti e non nella maggior parte, ma alcuni e proprio quelli che contengono una speciale porzione della sua genialità e della sua iniziativa, possano essere rivolti in modo radicale contro lui stesso; teme che possano diventare mezzi e strumenti di una inimmaginabile autodistruzione, di fronte alla quale tutti i cataclismi e le catastrofi della storia, che noi conosciamo, sembrano impallidire (Redemptor Hominis, n.15)».

Oggi questo rischio è presente nella ricerca della cosiddetta “biomedicina”, dove la persona appare secondaria al mercato, al successo, all’affermazione del potere della tecno-scienza sulla stessa natura umana.

In tale panorama questa enciclica è un grande punto di riferimento non solo per chi ha la fede, ma anche per chi ha dentro di sè un utilizzo corretto e costruttivo della ragione per il bene comune.

 


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